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Pellegrinaggio a Loreto organizzato dall'Unitalsi Romana-Laziale  Maggio 2006



 

UNIONE NAZIONALE ITALIANA TRASPORTO AMMALATI

a LOURDES e SANTUARI INTERNAZIONALI

 

Sezione Romana-Laziale

Presidente Enrico Del Gallo

 


 

Un'antica tradizione riferisce che la Santa Casa di Loreto è la stessa Camera in muratura della Madonna esistente a Nazaret, in Galilea, e che in essa Maria nacque, fu educata e ricevette l'annuncio angelico

 La storia

La fama internazionale della città di Loreto è legata al Santuario mariano dove si conserva e si venera la Santa Casa della Vergine Maria, trasportata da Nazaret nel 1294.

La casa della Madonna a Nazaret era costituita di tre povere pareti in pietra addossate e poste come a chiusura di una grotta scavata nella roccia. La grotta è tuttora venerata a Nazaret, nella basilica dell’Annunciazione, mentre le tre pareti di pietra, dopo la cacciata dei cristiani dalla Palestina da parte dei Musulmani, sono state salvate dalla sicura rovina e trasportate prima a Tersatto, nell’odierna Croazia, nel 1291 e poi a Loreto il 10 dicembre 1294.

Circa le modalità della ‘venuta’ a Loreto della Santa Casa di Nazaret si è imposta per lunghi secoli la versione popolare del suo trasporto miracoloso, "per ministero angelico". La ricerca storica degli ultimi decenni, in base a reperti archeologici e numerose prove documentali più obiettive e consistenti, possiede convincenti riscontri per affermare che la Santa Casa di Loreto, come del resto tante altre preziose reliquie della Terra Santa, è stata trasportata per nave, al tempo delle crociate. La versione popolare del trasporto ‘per mano di angeli’ con ogni probabilità è nata dal fatto che nella vicenda hanno svolto un ruolo chiave e primario i regnanti dell’Epiro, appartenenti alla famiglia Angeli, come risulta da un documento notarile del 1294, scoperto recentemente.

Gli studi degli ultimi decenni, condotti da esperti, confermano la tradizione lauretana e l'origine palestinese delle pietre della Santa Casa, che risulta tra l’altro un manufatto estraneo agli usi edilizi marchigiani. I raffronti tecnici e architettonici dimostrano che le tre pareti della Santa Casa di Loreto si connettono bene con la grotta esistente a Nazaret e con gli altri edifici di culto costruiti sulla casa della Madonna nei primi secoli d. C. Le pietre della Santa Casa sono lavorate e rifinite secondo l'uso dei Nabatei, un popolo che ha esercitato il suo influsso anche nella Galilea fino ai tempi di Gesù. Sulle pietre si conservano inoltre numerosi graffiti e incisioni tipici delle comunità giudeo-cristiane presenti solo in Palestina prima del V secolo.

Tutto quanto c'è di bello e di artistico a Loreto si è sviluppato intorno a queste umili pareti di pietra ristrutturate a modo di casetta o piccola chiesa. Oltre alla sontuosa basilica, abbellita da grandi artisti, le stesse pareti della Santa Casa sono racchiuse da un artistico rivestimento marmoreo, uno dei più grandi capolavori scultorei dell'arte rinascimentale.

Esso racchiude la Santa Casa come uno scrigno che contiene perle preziosissime: si tratta delle povere pareti legate ai ricordi più cari al cuore della cristianità. Qui fu annunziato il mistero dell'incarnazione, qui ebbe inizio la storia della salvezza con il sì di Maria all'annuncio dell'angelo; queste pietre sono state santificate dalla presenza e dalla vita quotidiana della Santa Famiglia e sono testimoni mute e perenni del passaggio del Figlio di Dio sulla terra.

 

Il rivestimento marmoreo

E' il capolavoro dell'arte lauretana. Esso custodisce l'umile Casa di Nazareth come lo scrigno accoglie la perla.

Ideato dal Bramante, che nel 1509 ne approntò il disegno, fu attuato sotto la direzione di Andrea Sansovino (1513-27), di Ranieri Nerucci e di Antonio da Sangallo il Giovane. In seguito furono collocate nelle nicchie le statue delle Sibille e dei Profeti.
L'attuale rivestimento marmoreo, che ha sostituito il muro dei recanatesi, fu voluto da Giulio II ed è stato realizzato su disegno del sommo architetto Donato Bramante. I recanatesi agli inizi del sec. XIV eressero intorno alla S. Casa un muro di contenimento 'bono et grosso', individuato negli ultimi scavi archeologici. Gli stessi scavi hanno messo in luce anche altri precedenti interventi edilizi a difesa della S. Casa. Tutto ciò attesta una particolarissima attenzione verso un minuscolo edificio rurale che non si spiegherebbe al di fuori della tradizione loretana.


Il rivestimento è costituito da un basamento con ornamentazioni geometriche, da cui si diparte un ordine di colonne striate a due sezioni, con capitelli corinzi che sostengono un cornicione aggettante. La balaustra è stata aggiunta da Antonio da Sangallo (1533-34) con lo scopo di nascondere la goffa volta a botte della S. Casa e di circoscrivere con elegante riquadratura tutto il mirabile recinto marmoreo.
I lavori iniziarono nel 1511, sotto la direzione di Giovan Cristoforo Romano, dopo che il fiorentino Antonio Pellegrini, su disegno del Bramante, aveva approntato il modello ligneo su scala. Dal 1513 al 1527 diresse l'impresa Andrea Contucci, detto il Sansovino. I lavori ripresero nel 1531 sotto la direzione di Rinieri Nerucci. Nella fase finale, essi passarono alla direzione di Antonio da Sangallo il Giovane. L'opera fu conclusa nel 1538. Successivamente furono collocate nelle nicchie le statue delle Sibille e dei Profeti.


Qui il Bramante ha inteso celebrare la Madre del Salvatore, vaticinato dalle dieci Sibille, scolpite dai fratelli Della Porta (1570-1572), preannunciato dai dieci Profeti, scolpiti dai fratelli Lombardo (1540-1570), e figurato con la Madre nelle "storie" del rivestimento rnarmoreo, secondo questa successione, a partire dalla parete nord: Nascita di Maria di B. Bandinelli e R. Montelupo; Sposalizio di A. Sansovino e N. Tribolò; Annunciazione di A. Sansovino (vedi foto), Visitazione di R. Montelupo e Censimento di F. da Sangallo; Natalc di A. Sansovino; Adorazione dei magi di R. Montelupo; Transito della, Vergine di D. D'Aima. A sé stante è la Traslazione di F. da Sangallo e N. Tribolo.

 Interno della Santa Casa

La S. Casa, nel suo nucleo originario, è costituita da sole tre pareti, perché la parte dove sorge l'altare dava, a Nazaret, sulla bocca della Grotta e, quindi, non esisteva come muro. Delle tre pareti originarie le sezioni inferiori, per quasi tre metri di altezza, sono costituite prevalentemente da filari di pietre, per lo più arenarie, rintracciabili a Nazaret, e le sezioni superiori aggiunte successivamente e, quindi spurie, sono in mattoni locali, gli unici materiali edilizi usati nella zona. Alcune pietre risultano rifinite esternamente con tecnica che richiama quella dei nabatei, diffusa in Palestina e anche in Galilea fino ai tempi di Gesù. Vi sono stati individuati una sessantina di graffiti, molti dei quali giudicati dagli esperti a quelli giudeo-cristiani di epoca remota, esistenti in Terra Santa, compresa Nazaret. Le sezioni superiori delle pareti, di minor valore storico e devozionale, nel secolo XIV furono coperte da dipinti a fresco, mentre le sottostanti sezioni in pietra furono lasciate a vista, esposte alla venerazione dei fedeli.

Il Crocifisso dipinto su legno, sopra la cosiddetta finestra dell'Angelo, assegnato alla fine del sec. XIII, secondo alcuni è di cultura spoletina e secondo altri rivelerebbe segni della maniera di Giunta Pisano.
La Statua della Madonna, scolpita su legno di un cedro del Libano dei Giardini Vaticani, sostituisce quella delsec. XIV, andata distrutta in un incendio scoppiato in S. Casa nel 1921. È stata fatta scolpire da Pio XI che nel 1922 la incoronò in Vaticano e la fece trasportare solennemente a Loreto. Fu modellata da Enrico Quattrini ed eseguita e dipinta da Leopoldo Celani che le conferì una tonalità troppo scura rispetto a quella dell'originale.

 

Scavi e graffiti

Gli scavi a Nazaret e a Loreto

L'apporto più significativo per una lettura critica e storicamente fondata della tradizione lauretana è stato dato dalle cosiddette "fonti mute", cioè dal responso degli scavi archeologici effettuati a Nazaret tra il 1955 e il 1960 nella chiesa dell'Annunciazione e a Loreto tra il 1962 e il 1965 nel sottosuolo della Santa Casa, oltre che da studi specifici sulla struttura edilizia della "Camera" lauretana, raccordata con la Grotta nazaretana. Le indagini archeologiche e la tradizione si illuminano a vicenda con reciproche conferme. E aiutano a ricostruire la storia della Casa di Maria. A Nazaret gli scavi hanno appurato che l'abitazione della Vergine, come le altre del luogo, era costituita da una Grotta scavata nella roccia (luogo di deposito) e da una Casa in muratura antistante e leggermente sovrastante (luogo della vita quotidiana), oltre che da altre piccole strutture sussidiarie.
Gli scavi hanno confermato nella sostanza ciò che narra la tradizione lauretana: che i discepoli di Gesù trasformarono la Casa di Maria in chiesa. Dalle indagini archeologiche, infatti, é emerso che nel III secolo i giudeo-cristiani, anzi, forse gli stessi "parenti del Signore", adattarono l'abitazione di Maria a luogo di culto, costruendovi sopra una chiesa in stile sinagogale, di cui sono venuti alla luce interessanti resti cultuali. Gli scavi sono stati effettuati sotto la direzione del p. Bellarmino Bagatti.
Nel secolo V i cristiani bizantini, sostituitisi anche a Nazaret ai giudeo-cristiani, abbatterono la chiesa-sinagoga ed edificarono un più ampio edificio sacro sopra l'abitazione della Madonna. Nell'XI secolo, infine, i crociati francesi demolirono la basilica bizantina ed edificarono una più ampia chiesa proteggendo la santa dimora in una cripta. Questa attenzione nei riguardi dell'abitazione di Maria attraverso i secoli spiega anche la sua possibile conservazione, perché un edificio, anche se fragile, custodito dentro un altro edificio, non essendo soggetto all'erosione degli agenti atmosferici, sfida i secoli. Ne è una riprova la stessa Santa Casa di Loreto che, protetta dentro altri edifici fin dagli inizi del secolo XIV, dopo sette secoli non ha fatto una crepa.
A Loreto gli scavi archeologici, condotti sotto la direzione del prof. Nereo Alfieri, hanno confermato alcuni elementi della tradizione in modo inatteso. Questa asserisce che la Santa Casa non ha fondamenta proprie, poggia su una pubblica strada e fu protetta dai recanatesi con un muro per tutta l'altezza e la lunghezza. Ebbene, le indagini archeologiche hanno verificato tutti e tre questi singolari fenomeni edilizi. In più, hanno individuato alcune opere di difesa con archetti di controripa sul cedevole lato nord e una fascia di sottomurazione inserita più tardi dall'esterno. Tutto ciò attesta un'attenzione archeologica verso il sacello che non si spiegherebbe se quei muri non fossero stati considerati fin dall'inizio vere 'reliquie'.
Infine, gli scavi loretani hanno appurato che il nucleo originario della Santa Casa è costituito da tre sole pareti (è esclusa la parete est dove sorge l'altare, che a Nazaret non esisteva perché è la parte che dava sulla bocca della Grotta), e che delle tre pareti le sezioni inferiori sono in pietra, mentre le sezioni sovrastanti, aggiunte successivamente a Loreto per ovviare allo spazio originario piuttosto basso e angusto, sono in mattoni locali.

La struttura edilizia

Ulteriori studi sulla struttura edilizia della Santa Casa hanno messo in evidenza che questa, in ambito edilizio marchigiano, costituisce un insieme di anomalie e assurdità: non ha fondamenta proprie, contro tutti gli usi del luogo; ha stranamente una parte in pietra, non usata nella zona per mancanza di cave lapidee, e una parte aggiunta in mattoni, gli unici materiali disponibili in loco; poggia su una pubblica strada, contro tutte le disposizioni comunali dell'epoca; ha l'unica porta originaria sul lato nord, esposta a tutte le intemperie, e l'unica finestra a ovest, aperta a una limitata illuminazione, contro i più elementari accorgimenti dei costruttori locali.
Se invece la Casa di Loreto viene idealmente ritraslata a Nazaret, tutte queste anomalie edilizie scompaiono e il manufatto loretano ben si raccorda con la Grotta nazaretana nelle sue varie parti.
Inoltre, studi sulla finitura della superficie delle pietre di Loreto hanno chiarito che esse appaiono lavorate secondo una particolare tecnica usata dai nabatei, un popolo confinante con gli ebrei, e diffusa anche in Palestina. Questi interessanti studi sull'edilizia della Santa Casa si devono all'ingegnere architetto Nanni Monelli.

I graffiti

Infine, una specifica indagine sui graffiti leggibili ancora in molte pietre della Santa Casa di Loreto, rivela che essi sono molto simili a quelli riscontrabili in Terra Santa e, in special modo, a Nazaret, compresi gli esemplari riferibili ai giudeo-cristiani del II-V secolo. E’ stata decifrata anche una scritta in caratteri greci sincopati con due lettere ebraiche contigue (un lamed e un wav), la quale, tradotta, dice: "0 Gesù Cristo, Figlio di Dio". Un'identica invocazione si legge nella cosiddetta Grotticella di Conone, a Nazaret, vicino alla Grotta santa. Ne deriva la fondata ipotesi che diverse pietre siano state graffite a Nazaret e poi trasportate a Loreto, ciò che conferma l'antica tradizione.
Insomma, le pietre hanno un loro linguaggio, muto certo, ma, una volta decodificato, in grado di gettar luce sull’origine della Santa Casa.

 

Messaggio teologico

I messaggi della Santa Casa
Giovanni Paolo Il nella Lettera per i VII Centenario lauretano, indirizzata a mons. Pasquale Macchi, arcivescovo di Loreto, il 15 agosto 1993, ha scritto: "La S. Casa di Loreto non è solo una reliquia, ma anche una preziosa icona concreta" (n. 2).
E' reliquia perché è "resto", cioè parte superstite della dimora nazaretana di Maria. E' icona perché si fa specchio che riflette ineffabili verità di fede e rifrange luce su alti valori di vita cristiana. Per questo la S. Casa di Loreto è il primo santuario di portata internazionale dedicato alla Vergine (ivi, n. 1). Vengono qui richiamati i messaggi biblico-teologici del ricco magistero-lauretano di alcuni papi, in primo luogo di Giovanni Paolo II.

1. Culla dell'Immacolata
La Casa nazaretana venerata a Loreto è identificata dalla tradizione con quella in cui la Vergine Maria nacque e fu educata e poi salutata dall'angelo Gabriele'. Lo ha ribadito anche Giulio Il nel 1507 e, in seguito, numerosi pontefici.


2. Dimora del Verbo Incarnato
La S. Casa è il santuario dell'Incarnazione. E’ questo il mistero di cui essa fa quotidiana e orante memoria. E' questo il mistero che teologicamente la caratterizza e la qualifica.
Scrive Giovanni Paolo: La S. Casa di Loreto è 'icona' non di astratte verità, ma di un evento e di un mistero: l'Incarnazione del Verbo. E' sempre con profonda commozione che, entrando nel venerato sacello, si leggono le parole poste sopra l'altare: Hic Verbum caro factum est: Qui il Verbo si è fatto carne.

3. Cenacolo dello Spirito Santo
La Vergine Maria nella sua Casa di Nazaret ha concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo (Lc 1, 13). Così sviluppa questo aspetto Giovanni Paolo II: "E dove si potrebbe parlare con più efficacia del ruolo dello Spirito Santo, 'datore di vita', se non nel Santuario lauretano, che ricorda il momento e il luogo in cui Egli compì la suprema delle sue operazioni 'vivificanti' dando vita, nel seno di Maria, all'umanità del Salvatore?".

4. Tabernacolo della Santissima Trinità
Nell'annuncio dell'angelo a Maria sono chiamate in causa le tre Persone della Santissima Trinità: Dio Padre (l'altissimo), Dio Figlio e Dio Spirito Santo.

5. Casa dell'avvento
Maria nella sua dimora nazaretana, in un prolungato avvento, attese la nascita del Figlio nel silenzio e nella contemplazione del mistero.

6. La Casa di tutti i figli adottivi di Dio
E’ un motivo teologico caro al magistero di Giovanni Paolo II che vi è tornato più di una volta. La Casa del Figlio dell'uomo è la casa universale di tutti i figli adottivi di Dio. La storia di ogni uomo, in un certo senso, passa attraverso quella casa. La storia dell'intera umanità in quella casa riannoda le sue fila. La Chiesa che è in Italia, alla quale la Provvidenza ha legato il santuario della S. Casa di Nazaret, ritrova lì una viva memoria del mistero dell'Incarnazione, grazie al quale ogni uomo è chiamato alla dignità di figlio di Dio.

7. La Casa comune dei giovani
La Casa di Nazaret ha accolto Gesù, che ivi ha trascorso l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza. Essa è punto privilegiato di riferimento per i giovani cristiani.
In occasione del Pellegrinaggio dei giovani d'Europa, Giovanni Paolo II, nel messaggio del 9 settembre 1995, ha detto loro:
"Da Loreto questa sera abbiamo compiuto un singolare pellegrinaggio dall'Atlantico agli Urali, in ogni angolo del Continente, dovunque si trovano giovani in cerca di una 'casa comune'. A tutti dico: ecco la vostra Casa, la Casa di Cristo e di Maria, la Casa di Dio e dell'uomo !".


8. La Casa del sì di Maria e delle persone consacrate
Questo aspetto è stato messo in evidenza da Giovanni Paolo Il nei suoi vari interventi mariano-lauretani, in special modo nella Lettera per il VII Centenario Lauretano.
"La S. Casa ricorda in pari modo anche la grandezza della vocazione alla vita consacrata e alla verginità per il Regno, la quale ebbe qui la gloriosa inaugurazione nella persona di Maria, Vergine e Madre"


9. Santuario della riconciliazione
A Loreto giungono innumerevoli pellegrini per riconciliarsi con Dio e con i fratelli nel sacramento della confessione, sperimentando la dolcezza ineffabile del perdono e della grazia.

10. Prima chiesa domestica della storia
La S. Casa di Loreto fa riferimento, in primo luogo, al mistero dell'Incarnazione, perché vi è avvenuto l'annuncio angelico a Maria. E' considerata anche, però, luogo che accolse, almeno saltuariamente, la Santa Famiglia. Scrive Giovanni Paolo II:
"Il ricordo della vita nascosta di Nazaret evoca questioni quanto mai concrete e vicine all'esperienza di ogni uomo e di ogni donna. Esso ridesta il senso della santità della famiglia, prospettando di colpo tutto un mondo di valori, oggi così minacciati, quali la fedeltà, il rispetto della vita, l'educazione dei figli, la preghiera, che le famiglie cristiane possono riscoprire dentro le pareti della Santa Casa, prima ed esemplare "chiesa domestica" della storia"

11. Casa della vita nascosta di Gesù
Nel magistero di Giovanni Paolo II il precedente motivo trova un suggestivo approfondimento nell'omelia pronunciata a Loreto il 10 settembre 1995, davanti a quattrocentomila giovani: "Gesù prese dimora in lei (Maria) come in un tempio spirituale preparato dal Padre per opera dello Spirito Santo.
E' grazie a Maria che la casa di Nazaret è diventata un simbolo così straordinario, essendo lo spazio in cui si è sviluppata l'umana vicenda del Verbo Incarnato; il luogo in cui Cristo cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2, 52)".

12. Luogo del lavoro santificato
Dice il Papa:
"Nessuna considerazione teorica potrà mai esaltare la dignità del lavoro umano quanto il semplice fatto che il Figlio di Dio ha lavorato a Nazaret ed ha voluto essere chiamato 'figlio del falegname' (cf. Mt 13, 55). Il lavoratore cristiano che ripensa la sua vocazione all'ombra della Santa Casa scopre anche un'altra importante verità: che il lavoro non solo nobilita l'uomo e lo rende partecipe dell'opera creatrice di Dio, ma può essere altresì un'autentica via per realizzare la propria fondamentale vocazione alla santità".

13. Oasi degli infermi
Da sempre la S. Casa di Loreto è stata meta di pellegrini malati, che hanno invocato dalla Vergine protezione e guarigione. Dal 1936 vi confluiscono i 'treni bianchi' organizzati dall'Unitalsi e da consimili associazioni.

14. La Casa della vedovanza santificata
Su questo aspetto inedito ma altamente significativo si è soffermato Giovanni Paolo Il nel suo discorso rivolto alle vedove di Sarajevo, nella basilica di Loreto, il 10 dicembre 1994. Ecco le sue parole: "Il pensiero va, in questo momento, alla Famiglia di Nazaret. Grande è il suo fascino! In essa si rispecchia ogni situazione familiare, anche la vostra. Maria Santissima, infatti, per quanto possiamo intuire leggendo i Vangeli, ha conosciuto la condizione della vedovanza: del suo sposo San Giuseppe, dopo l'episodio di Gesù dodicenne nel Tempio, non si fa più parola".

15. La Casa in cammino
Una strofa dell'inno del VII Centenario Lauretano dice:"é la Casa del cammino da Oriente ad Occidente:essa è segno della gente pellegrina verso il ciel".
Così la Casa lauretana diventa segno di protezione per emigranti ed esuli, che cambiano patria, come la dimora mariana di Nazaret. In special modo, la Madonna di Loreto è Patrona universale dei viaggiatori in aereo, e tale l'ha proclamata Benedetto XV nel 1920, come ricorda anche Giovanni Paolo II: "La Vergine Lauretana viene ovunque invocata dai viaggiatori in aereo, in un abbraccio di pace che unisce idealmente tutti i continenti"


Basilica

CUPOLA E CAPPELLE
Da questa posizione si può iniziare la visita delle decorazioni della soprastante cupola per passare poi alle cappelle absidali e a quelle laterali.



LA CUPOLA
È stata elevata fino al tamburo da Giuliano da Maiano e voltata nella calotta da Giuliano da Sangallo (1499-1500).Tra il 1610 e il 1515 fu affrescata da Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio, conna 'gloria celeste' calata nell'ampio invaso. Deperiti quegli affreschi e staccate alcune loro porzioni da O. Ottaviani (1888-1890), la cupola fu nuovamente dipinta da Cesare Maccari.

Questi, dal 1890 al 1895 affrescò la calotta con simboli e figurazioni delle Litanie Lauretane, e dal 1895 al 1907 dipinse le pareti del tamburo con grandiose scene della Storia del domma dell'Immacolata, decorando anche i contigui sottarchi e arcate con episodi devozionali e immagini di santi e di pontefici. I lavori sono stati finanziati dalle offerte dei fedeli italiani, sollecitate e raccolte dalla Congregazione Universale della S. Casa, tramite il suo solerte direttore p. Pietro da Malaga.
Questo ciclo pittorico del Maccari è considerato il più grandioso e significativo in arte sacra di tutta Europa per il periodo a cavallo tra Otto e Novecento. L'opera resta sostanzialmente fedele alla prima educazione purista del pittore e si rileva attenta alle sollecitazioni neorinascimentali. È improntata da un lato a un evidente verismo storico, che traluce soprattutto nelle scene del tamburo, e dall'altro è animata da un senso vivo per l'allegoria e per il simbolo di segno iconografico. Vi si nota anche un gusto spiccato per la monumentalità, per il decorativismo e per la teatralità, che consentono al pittore di cimentarsi su enormi spazi, con scene assiepate e mosse, condotte con grande maestria tecnica di affresco e con sicurezza di disegno.
La visita può proseguire nelle cappelle absidali, a cominciare da quella del Crocifisso sul lato sinistro, presso la porta del corridoio d'ingresso, per passare a quella Francese, Slava, Americana, Tedesca, Polacca, Sagrestia di S. Giovanni, Duchi d'Urbino, Spagnola, Svizzera e Sagrestia di S. Marco.

CAPPELLA DEL CROCIFISSO
Nel mezzo si ammira un Crocifisso scolpito su legno da fra Innocenzo da Petralia nel 1637 e donato al santuario da una confraternita nel secolo XVIII. Gli affreschi e le decorazioni sono di Biagio Biagetti di Portorecanati che li eseguì nel 1928-1932, su commissione della Congregazione Universale. Raffigurano scene della Passione di Gesù.
Questi affreschi sono giudicati dalla critica il capolavoro del Biagetti che qui, liberatosi ormai da tempo dalla lezione stringente del Seitz, suo maestro, si muove in clima novecentista e dimostra di aver avvertito l'influsso della tecnica divisionistica, specie negli esiti luministici, e sembra attento anche agli orientamenti di un tardo previatismo di specie monumentale.

CAPPELLA FRANCESE O DEL SACRAMENTO
È stata decorata con le offerte dei cattolici francesi per interessamento della Congregazione Universale. Charles Lameire dal 1896 al 1903 ha dipinto a fresco il Trionfo della croce e Santi francesi nella volta e ha raffigurato scene di Crociati francesi (sinistra) e di S. Luigi IX (destra e di fronte) a Nazaret su tre tele applicate a muro.

Il ciclo pittorico del Lameire rivela tonalità moderate, dai tocchi raffinati, e un gusto decorativo quasi da arazzo. Palesa anche una spiccata capacità dell'artista di unificare in sintesi spazio architettonico e spazio pittorico. Tutto ciò genera semplicità narrativa e recettività della storia, con figure linearmente distese, senza spessore. Il Lameire qui si apre anche al movimento
simbolista, il cui influsso è ravvisabile nel Trionfo della Croce e nelle due grandi scene delle pareti.

CAPPELLA SLAVA O DEI SANTI CIRILLO E METODIO
Fu fatta decorare dalla Congregazione Universale con i contributi dei fedeli soprattutto croati. Gli affreschi, con scene della vita dei santi fratelli Cirillo (827-869) e Metodio (825-885), apostoli dei popoli slavi, si devono a Biagio Biagetti che li eseguì nel 1912-1913. Il Trittico dell'altare è opera di Stanislao De Witten (1897). A questa immagine della Vergine con il Bambino Leone XIII diede il titolo di 'Madre nostra'.
In questi affreschi il Biagetti resta legato alla lezione puristica del maestro Ludovico Seitz mostrando una spiccata predilezione classicistica verso modelli quattro-cinquecenteschi, devotamente sentiti. Ciò comunque non gli impedisce di entrare nello spirito degli avvenimenti rappresentati e di esprimere una personale capacità interpretativa.

SAGRESTIA DI S. LUCA
Vi si accede attraverso una elaborata porta lignea, attribuita a Giuliano da Maiano, impreziosita da un artistico portale che reca alla sommità una terracotta raffigurante S. Luca, l'uno e l'altra assegnati a Benedetto da Maiano (1481). All'interno si ammirano gli Armadi finemente intarsiati da artefici fiorentini nel 1516-1517.
Più avanti, all'ingresso della Cappella Americana, sulla parete sinistra si ammira il Monumento al cardinale Bonaccorsi. È stato eseguito verso il 1678 da Antonio Rao il Vecchio in squisite forme berniniane.

CAPELLA DELL' ASSUNTA O AMERICANA
Fu decorata con le offerte dei cattolici americani di lingua inglese, per iniziativa della Congregazione Universale, da Beppe Steffanina negli anni 1953-1970, con scene relative a Maria Regina (volta), alla Proclamazione del domma dell'Assunta (parete sinistra) e alla Glorificazione della Vergine Lauretana, patrona universale dell'aviazione (parete destra).

CAPPELLA DEL CORO O TEDESCA
È stata decorata con le offerte dei cattolici di lingua tedesca, per iniziativa della Congregazione Universale nel VI Centenario della traslazione. Gli affreschi si devono a Ludovico Seitz che li eseguì egli anni 1892-1902. Nelle lunette delle pareti egli ha dipinto personaggi biblici prefiguranti la Madonna; nella vetrata, eseguita da Francesco Moretti, ha effigiato l'Immacolata; nella parete destra, Maria Vergine e Maria Madre di Dio; nella parete sinistra, Maria compaziente, con scene della Passione, e Maria Mediatrice; nello spicchio centrale della volta, l'Incoronazione.
Il ciclo pittorico del Seitz è considerato la summa e il vertice della sua vasta opera. Qui egli manifesta il suo convinto purismo che si alimenta di modelli quattrocenteschi

italiani (Vivarini, Gentile da Fabriano e i fratelli Salimbeni) e tedeschi (Van der Croes, e Durer). I modelli però sono ormai filtrati e interpretati da un sentire nuovo e animati da un costante e amoroso studio del "vero", in "presa diretta" di persone e ambienti del luogo. Per l'eletto sentimento religioso, sostanziato da forti contenuti, e per l'alta vocazione e abilità artistica, il pittore è in grado di ridurre a unità di linguaggio quelle esperienze, attingendo esiti di originalità e compiendo un capolavoro di arte sacra.

CAPPELLA DEL SACRO CUORE O POLACCA
Fu decorata da Arturo Gatti negli anni 1912-1939 per incarico della Congregazione Universale con le offerte dei cattolici polacchi. Nel catino il pittore ha raffigurato Maria Regina della Polonia, nella parete destra la Vittoria di Sobieskí a Vienna contro i turchi (1683) e nella parete sinistra il Miracolo della Vistola, o battaglia di Varsavia contro i bolscevichi (1920). Anche il trittico con le immagini del Sacro Cuore e di santi polacchi è opera del Gatti (1950).
Il Gatti, loretano, devoto discepolo del Maccari, resta fedele in questo ciclo ai canoni della pittura storico-celebrativa del tempo, con aperture all'esperienza simbolista da Hodler a Fabry. Vi si avverte uno studio assiduo dei modelli settecenteschi italiani illustranti episodi di storia e degli autori polacchi che hanno trattato i suoi stessi temi come, ad esempio, Jan Mateiko. L'accuratezza del disegno e l'amore per il particolare riconducono l'artista nell'ambito di una pittura di segno veristico.
Nell'atrio di questa cappella si ammira il Monumento al cardinale Gaetani, eseguito nel 1580 su disegno di Francesco Volterra. Le statue in marmo della Fede e della Carità sono di C.B. Della Porta, e il busto in bronzo del cardinale di A. Calcagni. È un monumento di notevole interesse artistico.

SAGRESTIA DI S. GIOVANNI O DEL SIGNORELLI
Custodisce i pregevoli affreschi di Luca Signorelli, eseguiti probabilmente tra il 1481 e il 1485, con otto angeli musicanti nella volta, con i quattro Evangelisti intercalati con quattro Dottori della Chiesa (registro superiore delle pareti), con cinque coppie di Apostoli e l'Incredulità di S. Tommaso (registro inferiore), e con la Conversione di Saulo, sopra la porta. Il Lavabo, sotto la finestra, è attribuito a Benedetto da Maiano (1481 c), mentre gli Armadi intarsiati sono ascritti ad artefici fiorentini degli inizi del sec. XVI.

Negli otto Angeli musicanti si intravede lo stile del Botticelli, con il quale il Signorelli lavorò in quegli anni nella cappella Sistina. Sono figure di eccezionale eleganza, calibratissimne e calde di colore, seducenti per levità aerea, per ritmo e per sinuose movenze. Nei sottostanti quattro Evangelisti (Luca, Marco, Matteo e Giovanni) e nei quattro Dottori della Chiesa occidentale (Girolamo, Gregorio Magno, Agostino e Ambrogio) traluce un modulo compositivo che richiama Piero della Francesca per la proclamata monumentalità, non disgiunta però da un'insistita ricerca del movimento.
La Conversione di Saulo (sopra la porta) è il capolavoro di questo ciclo per la sapienza prospettica che anticipa, negli audaci scorci, qualche figura del Finimondo (Giudizio Universale, duomo di Orvieto). È una mirabile sintesi dello staticismo di Piero e del dinamismo del Pollaiolo, sintesi che costituisce per altro uno degli elementi peculiari dell'arte signorelliana.

CAPPELLA DEI DUCHI DI URBINO
La Cappella fu fatta decorare a proprie spese dai duchi di Urbino Guidobaldo II e Francesco Maria Il della Rovere negli anni 1571-1584. Gli affreschi delle pareti con le scene dello Sposalizio e della Visitazione, e quelli della volta con il Transito, l'Assunzione e l'Incoronazione della Vergine sono opera di Federico Zuccari (1582-1583). La pala in mosaico con l'Annunciazione è copia di una tela di Federico Barocci (1582-1584), trafugata dai francesi nel 1797. Gli stucchi si devono in gran parte a Federico Brandani (1571-1572) e gli intagli su pietra a Lattanzio Ventura, architetto della cappella.
Questa cappella è una sintesi straordinaria di pittura, scultura e architettura tardo-cinquecentesca di segno manieristico urbinate. È stata giudicata uno dei complessi più rappresentativi dell'arte della Contro-riforma nell'ultimo quarto del sec. XVI. Gli affreschi dello Zuccari tra i più significativi della sua ricca opera denunciano un ritorno alla classicità di stampo raffaellesco per la proclamata semplicità e, al tempo stesso, per la solenne scansione degli spazi.

CAPPELLA DI S. GIUSEPPE O SPAGNOLA
È stata decorata negli anni 1886-1890 con le offerte dei cattolici spagnoli. Gli affreschi delle pareti sono di Modesto Faustini e raffigurano, da sinistra a destra, la Santa Famiglia, il Sogno di Giuseppe, il Ritorno dall'Egitto e la Morte di S. Giuseppe. La decorazione della volta con un cielo stellato e il tendaggio della zoccolatura si devono a Luigi Stella. La Statua di S. Giuseppe sull'altare è di Eduardo Barròn Conzales de Castilla, mentre le statue in bronzo sono di Eugenio Maccagnani.
Gli affreschi del Faustini traducono le scene evangeliche con freschezza e immediatezza. Sono animate di vivo senso religioso e generano un'atmosfera di mistico stupore. Per la sua formazione preraffaellita l'artista è portato a guardare i modelli tre-quattrocenteschi, con una speciale predilezione per il Beato Angelico, il cui spirito sembra rivivere in queste pareti.

CAPPELLA SVIZZERA O DEI SANTI GIOACCHINO E ANNA
È stata affrescata da Carlo Donati negli anni 1935-1938, su commissione della Congregazione Universale, con le offerte dei cattolici svizzeri. Il pittore ha decorato le sezioni superiori delle pareti con figure di santi nati o operanti in Svizzera e in quelle inferiori, entro quattro grandi quadri, episodi dei Ss. Gioacchino e Anna e di Maria Bambina.
Il Donati con questi dipinti si distacca dalla tradizione puristica e veristica dei precedenti cicli pittorici otto-novecenteschi del santuario e si apre a influssi di un tardo preraffaellismo, alla maniera del De Carolis. Vi si riscontra un gusto quasi liberty con una propensione per un linearismo costantemente perseguito nella definizione delle figure e con aperture simboliste di segno sia 'iconografico" che 'analogico'.

SAGRESTIA DI S.MARCO O DEL MELOZZO
Custodisce i pregevolissimi affreschi di Melozzo da Forlì che li eseguì, secondo l'opinione corrente, tra il 1477 e il 1479. Nella volta ha figurato otto Angeli recanti simboli della Passione, e, sotto, altrettanti Profeti con una scritta allusiva a un dato momento della stessa Passione. Nella parete sottostante, in un riquadro centinato, ha raffigurato l'ingresso di Gesù a Gerusalemme. Il pittore avrebbe dovuto affrescare anche i restanti sette riquadri con scene della Passione ma, per ragioni ignote, non attuò il progetto.
Stupisce in questo cielo l'unità compositiva degli elementi pittorico-decorativi, con i Profeti che, oltrepassando col capo le linee delle finestre, si legano alla sezione superiore degli Angeli, i quali

si staccano prospetticamente dal fondo e sembrano deambulare su invisibili cristalli. Le figure della volta, angeliche e profetiche, un tutt'uno con le architetture dipinte, in un organismo decorativo unitario e autonomo rispetto all'architettura della materia, ritmato da mirabili scansioni e animato da una luce meridiana che esalta i lucenti e densi impasti cromatici. Quel che più vi si ammira è l'abilità prospettica che fece scrivere al Vasari: il Melozzo fu 'un grandissimo prospettivo'. Un assoluto capolavoro di pittura quattrocentesca.

LE CAPELLE LATERALI
Nelle due navate laterali della basilica si trovano dodici cappelle, sei per lato, aperte agli inizi del sec. XVI dal Bramante e ridotte allo stato attuale, in gran parte, da Andrea Vici nell'ultimo ventennio del sec. XVIII. Sono state abbellite con pale settecentesche in mosaico e con modesti dipinti del sec. XX.
Ecco l'ordine delle cappelle della navata destra, dalla Sagrestia del Melozzo verso l'uscita.
Sposalizio della Madonna - Il mosaico è derivato da una tela di Carlo Maratta (1625-1713). È detta Cappella Messicana perché fu decorata nel 1933 da Giuseppe Pauri con la storia del Santuario di Guadalupe e del beato martire Agostino Pro (1891-1927).
Immacolata: anche questo mosaico è copia di un dipinto del Maratta (1625-1713). La cappella è detta anche della Gioventù Cattolica Femminile perché Tito Ridolfi nel 1933 vi ha raffigurato le rispettive sante protettrici: Rosa da Viterbo, Giovanna d'Arco, Maria Bambina, B. Imelda e, nel 1953, S. Maria Goretti.
Ss. Emidio e Carlo Borromeo: La pala d'altare in mosaico è copia di un dipinto di Antonio von Marron (1731-1808). Nel 1939 Pasquale de Monfort, pellegrino a Loreto nel 1704.
Francesco di Paola - Il mosaico è desunto da un dipinto di Cavallucci di Sermoneta (1752-1795). Beppe Steffanina vi ha raffigurato scene della vita di Luisa Maria Baudin e di Ranfray, fondatrici delle suore orsoline, con S. Angela Merici, loro patrona
Ss. Domenico e Agostino - Il mosaico è copia di un dipinto di derio De Angelis (sec. XIX).
Cappella Massilla-Rogati: è artisticamente la più pregevole delle cappelle laterali di questa navata. I bronzi che la adornano sono stati trasferiti qui nell'ultimo ventennio del sec. XVIII, ad opera del Vici, dalla cappella dell'Immacolata.
Delle due cornucopie in bronzo, sui pilastri d'ingresso, l'una si deve a Girolamo e Ludovico Lombardo (1547) e l’altra al solo Girolamo (1581). La pala con la Deposizione e il Cristo risorto è di Antonio Calcagni, coadiuvato da Tiburzio Vergelli, eseguita tra il 1577 e il 1582: espressiva rappresentazione del mistero pasquale di Cristo, morto e risorto. I quattro medaglioni ai lati dell'altare sono i ritratti di Ginevra Ginevri e di Gregorio Massilla (sinistra) e di Antonietta Rogati e Barbara Massilla (destra); sono stati eseguiti dal Calcagni nel 1585.
L'Organo, sopra la cantoria, è l'opera n. 1126 della rinomata ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio. È stato installato nel 1993-1994 e inaugurato il 26 febbraio 1995 dal card. Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano. L'organo è suddiviso in tre corpi: il primo è situato sopra la porta d'ingresso, il secondo ('positivo corale') è sistemato nei pressi del presbiterio, sul lato destro, e il terzo ("espressivo corale') è montato sopra la S. Casa. In totale, nei suoi tre corpi, l'organo conta 5.283 canne e si configura, così, come uno dei più grandi e potenti d'Italia.
I medaglioni di Luca Signorelli: Volgendo lo sguardo sulla volta della navata centrale della basilica, si scorgono 23 medaglioni a monocromo con Personaggi dell'Antico Testamento recanti cartigli allusivi a Cristo, Messia regale e sofferente. Venti di essi sono di L. Signorefli, coadiuvato da discepoli, ascrivibili al 1492 circa.
Battistero: è la prima cappella della navata sinistra, dall'ingresso verso l'interno, ed è la più importante fra tutte le cappelle laterali, un vero monumento di arte e di teologia sul battesimo, con dipinti del Pomarancio nella volta, eseguiti tra il 1612-1615, ornamenti a stucco e statue di Francesco Selva del 1611-1612, e con il battistero in bronzo di Tiburzio Vergelli, lavorato tra il 1600 e il 1607. Ai lati due statue in stucco eseguite da Francesco Selva: Battesimo di sangue (destra), Battesimo di desiderio (sinistra).
Ss. Ignazio e Filippo Neri - Il mosaico è desunto da una tela di Cristoforo Unterberger (1732-1798). La cappella è detta anche dei cattolici indiani e nelle pareti reca scene della vita di S. Francesco Saverio, apostolo dell'India, dipinte da Cesare Peruzzi nel 1932, su commissione della Congregazione Universale.
S. Francesco d'Assisi - La pala in mosaico è copia del noto dipinto dei Domenichino (1581-1641), custodito nella chiesa della Concezione (cappuccini) di Roma. L'anconetano Giuseppe Cherubini nel 1937, su commissione della Congregazione Universale, figurò nelle pareti i santi e i beati cappuccini delle Marche: S. Serafino da Montegranaro e B. Benedetto da Urbino (sinistra), B. Bernardo da Offida e S. Veronica Giuliani, pellegrina 'in spirito' a Loreto nel 1714 e nel 1715 (destra).
S. Michele arcangelo - La pala d'altare in mosaico è desunta dalla famosa tela di Guido Reni (1575-1642) esistente nella chiesa della Concezione a Roma. Nelle pareti si scorgono le figure dei santi passionisti Paolo della Croce, fondatore della congregazione.
Vincenzo Strambi, vescovo di Macerata, e Gabriele dell'Addolorata, tutti pellegrini alla S. Casa. Sono opera del pittore Ettore Ballerini (1934), commissionatagli dalla Congregazione Universale.
Il Nome di Gesù - Il mosaico ovale, raffigurante la Vergine Desolata, deriva da una tela di Gaspare Landi (1756-1830) e sostituisce un dipinto raffigurante la Circoncisione, eseguito da Filippo Bellini nel 1592 e ora nel museo pinacoteca. Il Bellini nel 1592 eseguì gli stucchi e le pitture a olio, parte su tela e parte su muro, delle volta e delle piccole pareti, su commissione del canonico Mazza.
Ultima cena - Il mosaico è copia della tela di Simon Vouet (1590-1648) eseguita per la confraternita del Sacramento nel 1627, ora custodita nel museo-pinacoteca. Nel 1933 Cesare Peruzzi, su commissione della Congregazione Universale, dipinse sulle pareti episodi della vita di S. Teresa del Bambin Gesù, che visitò Loreto il 13 novembre 1887, ricevendo la comunione in S. Casa, come dimostra il quadro centrale della parete sinistra. Proseguendo si incontra, o l'angolo, il Portale della Sagrestia di S. Matteo (adibita a 'Pronto soccorso'), recante alla sommità una splendida lunetta in terra smaltata e invetriata con la figura di S. Matteo, l'uno e l'altra attribuiti a Benedetto da Maiano (1481c). Seguendo ancora verso l'uscita, a lato della Cappella del Crocifisso, ci si immette sulla destra nell'Atrio della Sagrestia e nella Sala del Tesoro o del Pomarancio.
Si attraversa una porta con artistico Cancello in ferro battuto, eseguito nel 1894 per la cappella slava da Eugenio Mattacotta su disegno del Sacconi e qui trasferito in epoca successiva. Sulla parete sinistra si vede l'antica Iconostasi della S. Casa, eseguita su un'idea del Sacconi da Eugenio Maccagnani nel 1896 e qui trasferita dopo l'incendio del 1921. L'attuale sistemazione risale al 1994.

 

      

 

           

 

 

Ultimo aggiornamento: martedì 16 maggio 2006