FRATTURE DA STRESS
Questo articolo fa riferimento a una pubblicazione del prof. F.
Benazzo; la chiarezza espositiva dell'opera consente di avere un
quadro esauriente e obbiettivo di una patologia molto più frequente di
quanto si pensi. La gravità della patologia è dovuta anche al fatto
che tessuti a metabolismo lento (come ossa e tendini) hanno un
processo riparativo più lungo rispetto ai muscoli e spesso si parla di
mesi per risolvere il problema. I dati citati nell'opera di Benazzo e
la mia esperienza mi portano a ritenere che le fratture da stress o le
stress reaction siano molto più frequenti di quanto si pensi (si veda
La sindrome invisibile da carico).
Come nasce una frattura da stress? Secondo la legge di Wolff la
risposta a carichi deformanti causa un rimodellamento osseo.
L'entità dei carichi a loro volta è funzione delle modalità
d'applicazione (frequenza, natura, direzione ecc.), del recupero fra i
vari lavori, della qualità dell'osso (età e sesso sono i fattori più
importanti). Si ha una frattura quando si supera la resistenza
dell'osso. In realtà non sempre la frattura è legata a un trauma
evidente, ma, soprattutto in campo sportivo, può essere associata a
microtraumi ripetuti. Purtroppo non è sempre evidente il limite fra
frattura da stress e altre patologie ossee e dal lavoro di Benazzo si
comprende come anche fra gli addetti ai lavori esista una certa
confusione terminologica. Riassumendo si può dire che esistono:
- periostiti
- tendinopatie inserzionali
- stress reaction
- fratture da stress
In particolare le stress reaction sono a volte condizioni
legate a una risposta fisiologica dell'osso a volta la fase iniziale
(reversibile) con cui ci si incammina verso la frattura da stress.
Sono evidenziate dalla risonanza magnetica, ma non presentano rima di
frattura, anche se è presente dolore da carico più o meno intenso. Le
stress reaction nel mondo amatoriale probabilmente hanno un'importanza
ancora maggiore che le fratture da stress. Il motivo è semplicemente
dovuto al fatto che l'amatore (a differenza del professionista), in
presenza di un dolore anche non trascurabile e continuo durante
l'esercizio, è portato a fermarsi, accelerando il processo riparativo;
anche quando non decide per il riposo, è costretto (dalle minori
motivazioni vs. il dolore) a ridurre notevolmente il carico: solo
pochi continuano stoicamente (e scioccamente) a correre imbottendosi
di antidolorifici, comportandosi come un professionista che non può
mancare l'appuntamento mondiale od olimpico e arrivando a una frattura
da stress.
I gruppi interessati dalle fratture da stress sono stati classificati
dal lavoro di Benazzo in atleti, militari (le reclute
sedentarie costrette a un duro allenamento), soggetti con
insufficienza (con ossa cioè patologiche in seguito a osteoporosi
o altre malattie e a trattamenti farmacologici con cortisonici o
chemioterapici), bambini e adolescenti. Limitandoci alla
categoria degli atleti e in particolare dei runner, in letteratura
esistono delle statistiche abbastanza concordanti. Riassumendole si
trovano dati interessanti. Uno studio di Bennell rileva che in un anno
il 75% degli atleti esaminati (un centinaio) aveva avuto lesioni
muscolo-scheletriche (1,8 lesioni per atleta in media: non poco, ma
realistico); le fratture da stress erano ben il 21% (questo dato è
invece meno "evidente", soprattutto fra i dilettanti). Uno studio di
Matheson rivela invece che atleti più vecchi presentano fratture da
stress soprattutto nelle ossa tarsali e nel femore, mentre i più
giovani in tibia e perone; non è stata trovata correlazione fra
distanza percorsa e le sedi di lesione. Questo è un punto
fondamentale: perché si produca una frattura da stress in un individuo
che si allena regolarmente deve cambiare qualcosa in maniera
abbastanza rilevante: la quantità, il terreno, l'appoggio (le scarpe)
ecc. Si deve cioè pensare che in un soggetto sano esista una naturale
propensione all'equilibrio fra distruzione e riparazione.
Circa le sedi ovviamente non esiste una precisione assoluta fra i vari
studi (occorrerebbe statisticamente esaminare migliaia di casi), ma si
può senza dubbio affermare che la tibia, i metatarsi e le altre
ossa tarsali rappresentano almeno l'80% delle lesioni. Perone,
femore, calcagno, pelvi seguono con percentuali decisamente inferiori.
I fattori di rischio e le cause
– La scientificità del lavoro di Benazzo permette (a differenza di
opere più divulgative, influenzate da considerazioni personali più
teoriche che pratiche) di focalizzare l'attenzione su veri fattori di
rischio. In particolare:
non sembra esistere una relazione chiara fra difetti anatomici
e fratture da stress, come a dire che piede cavo o piede piatto spesso
vengono sufficientemente compensati;
il peso non rappresenta un fattore di rischio, probabilmente
perché la grande massa corporea produce anche un aumento del trofismo
osseo;
il tipo di scarpa (più o meno protettiva) non riduce
l'incidenza delle fratture (così come l'uso di plantari); ciò è
logico perché chi si abitua a correre con scarpe leggere e poco
protettive induce dei meccanismi di difesa. Ha invece importanza
l'usura della scarpa: anche ciò quadra con la necessità di variazione
di qualche parametro nel quadro dell'atleta perché si verifichi la
frattura;
il terreno d'allenamento; in particolare non è affatto
dimostrata la correlazione fra terreni duri e fratture da stress.
Concentriamoci perciò su fattori di rischio "sicuri". Sono
sostanzialmente tre.
Il primo è rappresentato dalla variazione qualitativa
(introduzione di lavori veloci, balzi ecc.) o quantitativa del
carico allenante; il motivo è una fatica muscolare eccessiva che
provoca sull'osso un aumento delle forze d'impatto: un muscolo che si
trova a dover affrontare una nuova situazione non è in grado di
garantire l'ammortizzazione necessaria.
Il secondo è rappresentato dal sesso: le donne con
oligomenorrea (anche se non è chiara l'associazione turbe
mestruali-osteoporosi) presentano un rischio sei volte superiore agli
uomini e quelle che seguono un regime alimentare per minimizzare il
peso sono a rischio circa otto volte più del sesso maschile (Bennell
1995). La contraccezione orale è un fattore di protezione notevole,
dimezzando il rischio se si assume la pillola da più di un anno. Da
notare che una dieta povera di carne favorisce nelle atlete sia i
disturbi mestruali sia un deficit di ferro, di zinco e di proteine in
generale, fattori (insieme ad allenamenti in condizione di deplezione
di glicogeno per scarsità di carboidrati nella dieta) che favoriscono
appunto le fratture da stress. L'unico vantaggio delle donne rispetto
agli uomini è che la frattura da stress in genere guarisce in un tempo
che è circa la metà.
L'ultimo fattore di rischio è rappresentato dall'età: un'età
più avanzata favorisce le fratture da stress.
I sintomi e la diagnosi
- Il sintomo classico è il dolore che inizia spesso modestamente per
arrivare progressivamente a un'intensità tale da impedire il gesto
atletico nel giro di 2 o 3 settimane. Generalmente è localizzato, ma
spesso tende ad assumere connotazioni diffusive nonché a subire
variazioni in concomitanza con gli stadi evolutivi della frattura. La
diagnosi non è facile, non tanto per una valutazione differenziale con
un insieme ben definito di patologie (occorre tener presente anche
rare sindromi compartimentali), quanto perché gli strumenti di
indagine clinica danno risposte certe solo dopo un periodo di tempo
non trascurabile (a volte mesi) e gli esami vanno svolti con molta
cura e secondo tecniche d'indagine ben precise. La radiografia
tradizionale è il primo esame che se positivo conferma la frattura da
stress. Purtroppo i casi di positività (soprattutto nelle prime fasi)
non sono molti: è cioè un esame poco sensibile (molte fratture possono
risultare negative), ma specifico (se c'è positività si è in presenza
di una frattura). La strada successiva in caso di radiografia
negativa, ma persistenza del dolore può essere la risonanza magnetica
o l'accoppiata scintigrafia-TC (tomografia computerizzata). La
scintigrafia è una tecnica molto sensibile, ma poco specifica e
richiede la TC (eseguita nelle aree ipercaptanti dolorose
evidenziate dalla scintigrafia) per rilevare la rima di frattura e
quindi la diagnosi di frattura da stress. Questa strada richiede
spesso due esami e comunque necessita anch'essa di un tempo abbastanza
lungo dall'inizio della sintomatologia e la diagnosi (sempre qualche
mese).
Dal lavoro di Benazzo si deduce che l'esame cardine per la frattura da
stress è la risonanza magnetica (secondo una tecnica
standardizzata da Genovese e coll., 1995), eventualmente ripetuta dopo
2-4 settimane se risultasse negativa con dolore (caso abbastanza
raro).
Le cure
- Ovviamente dipendono dalla sede e dalla gravità. Si va dal semplice
riposo con biostimolazione e ultrasuoni all'applicazione di un
apparecchio gessato, all'intervento chirurgico. Quest'ultima soluzione
non è così comune come si potrebbe pensare parlando di fratture e in
genere interessa situazioni o sedi molto particolari (per esempio la
rotula o il V metatarso).
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