Lesioni da decubito
INTRODUZIONE
-
IL PROCESSO DI CICATRIZZAZIONE DELLE FERITE -
FATTORI CHE RITARDANO IL PROCESSO DI CICATRIZZAZIONE -
TRATTAMENTO DELLE
LESIONI DA DECUBITO -
INDICAZIONI GENERALI
Introduzione
Le lesioni da decubito rappresentano ancora oggi un problema
tutt'altro che irrilevante. Da dati risalenti al 1984 risulta che la
percentuale di tale patologia si aggira tra il 3-11% tra i pazienti
ospedalizzati e la mortalità varia attorno al 23-37%.
Vi è sicuramente una stretta relazione tra l'età e la formazione
di lesioni da decubito. La categoria di pazienti maggiormente colpita
risulta infatti essere l'anziano poiché le modificazioni biologiche
legate all'invecchiamento della cute portano tale soggetto ad essere
maggiormente a rischio per l'instaurarsi della patologia in questione.
La tecnologia medica, i progressi scientifici che hanno portato
al prolungamento della vita (anche nel caso di pazienti colpiti da
patologie prima ritenute inguaribili) e l'aumento della popolazione
anziana sono fattori che aggravano la situazione. Si tratta perciò di
un problema che deve essere analizzato in modo sistematico e razionale
poiché rischia di assumere un peso sempre crescente.
Da studi recenti si evince come alcune strutture quali le terapie
intensive, le ortopedie, le traumatologie e i reparti geriatrici siano
ad alto rischio e costrette, più di altre, a confrontarsi con questa
realtà anche se nessun reparto può esserne considerato esente.
L'insorgenza di una lesione da decubito incide negativamente sul
decorso di una malattia e determina nel paziente dolore sia fisico che
psichico, il più delle volte anche sottostimato. Un paziente portatore
di lesioni da decubito vede infatti minato il suo concetto di
integrità fisica, senza contare le ripercussioni a carico della
struttura sanitaria: prolungando il periodo di ospedalizzazione, si
aumentano i carichi di lavoro e si incrementano così i costi di
assistenza.
Le lesioni da decubito sono un problema quotidiano complesso e di
costosa gestione con cui l'infermiere professionale si deve prima o
poi confrontare.
Recenti studi sulla fisiopatologia delle lesioni da decubito
hanno contribuito al superamento della posizione che esse siano solo
la risultante di una cattiva assistenza infermieristica. Sulla base di
quanto detto precedentemente si evince quanto sia necessario
raccogliere dati per sostenere l'assistenza infermieristica nel
trattamento delle lesioni da decubito. La ricerca viene così ad
assumere una parte essenziale nell'ambito della disciplina
infermieristica.
E' indubbio che la prima e sicuramente più valida terapia per le
lesioni da decubito risulta essere la prevenzione.
L'insorgenza di una lesione da decubito è la risultante di
diversi fattori che interagiscono tra loro in modo complesso:
un'appropriata strategia assistenziale deve quindi essere
necessariamente di tipo multidisciplinare in modo tale da coinvolgere
tutta l'équipe assistenziale.
Per poter stabilire una strategia di tipo terapeutico
sostanzialmente valida è indispensabile che tutto il personale
dell'équipe comprenda l'importanza di omogeneizzare le cure in modo da
ridurre al massimo la soggettività e la disomogeneità di approccio ed
in maniera tale da razionalizzare i costi.
Per ottenere risultati positivi nella cura delle lesioni da
decubito è quindi necessario un trattamento semplice, condiviso da
tutta l'équipe infermieristica e che proceda per obiettivi successivi.
E' essenziale che tutti i presupposti di una valida terapia si
fondino sui principi di fisiopatologia di guarigione delle ulcere:
ancora una volta un valido supporto teorico si rivela essere
l'indispensabile base di orientamento della prassi infermieristica.
IL PROCESSO DI
CICATRIZZAZIONE DELLE FERITE
La riparazione o cicatrizzazione è "una qualità fondamentale dei
tessuti viventi, in mancanza di questo si arriverebbe alla rapida
estinzione della specie umana" (1).
La cicatrizzazione "è un fenomeno vitale che si verifica quando a
livello della cute si provoca una qualsiasi soluzione di continuo in
seguito ad atti chirurgici traumatici, o ad eventi di origine termica,
chimica o meccanica (come nel caso delle ulcere da decubito) che
provocano perdita di sostanza"(2) .
Il processo riparativo è stato definito in vari modi:
- "difesa dell'integrità;
- normale reazione ad una lesione;
- riempimento di un difetto con tessuto connettivo"(3) .
Se i margini di una ferita sono riavvicinati e non si sviluppa un
processo infettivo si parla di guarigione per prima intenzione. Si
parla invece di riparazione per seconda intenzione qualora i bordi
della lesione siano distanziati a causa di grosse perdite di sostanza
o nel caso in cui si sia sviluppata una infezione. I due fenomeni di
guarigione sono comunque fondamentalmente simili: presentano infatti
differenze di ordine quantitativo. Nel processo di guarigione per
seconda intenzione, a causa del distanziamento dei margini e della
perdita di sostanza, la formazione del tessuto di granulazione si
verifica non solo dai margini della ferita, ma anche dal fondo della
lesione stessa; la reazione infiammatoria è più estesa, con abbondante
essudazione ed il processo riparativo risulta più lento con formazione
di cicatrici più estese.
Nel processo di riparazione si susseguono vari fenomeni biologici
a cascata quali i processi coagulativi, i fattori vascolari,
immunitari e cellulari; si tratta di un meccanismo molto complesso
che, a scopo didattico, suddivideremo in tre fasi: fase infiammatoria,
fase proliferativa e di maturazione.
FASE INFIAMMATORIA
Dopo la comparsa di una lesione si assiste all'isolamento della
zona interessata dall'ambiente esterno: si formano degli aggregati di
piastrine ed inizia il processo coagulativo, nel contempo a carico dei
vasi di calibro maggiore avviene una contrazione di tessuto muscolare
e si viene a determinare la riduzione di diametro del lume del vaso.
Sebbene questi due primi meccanismi siano di breve durata, risultano
essere importantissimi poiché proteggono l'organismo dall'eccessiva
perdita di sangue. Successivamente si assiste all'attivazione del
complemento: un gruppo di proteine che si trovano in forma inattiva
nel sangue, vengono attivate come risposta a una contaminazione
batterica o a complessi antigene anticorpi. Compaiono qui tre azioni
fondamentali:
1) vasodilatazione capillare,
2) migrazione unidirezionale dei leucociti fagocitari nella zona
(chemiotassi),
3) opsonizzazione, cioè rivestimento dei microbi per una più
efficace fagocitosi.
Macroscopicamente è possibile osservare la dilatazione vasale e
la migrazione dei liquidi proteici dal letto vascolare allo spazio
interessato dalla lesione con i classici indicatori di lesioni
tissutali: i classici segni dell'infiammazione: calore arrossamento
tumefazione. Nell'area della ferita vi è quindi la presenza di un gran
numero di leucociti in grado di ingerire i batteri e di secernere
enzimi proteolitici. La presenza di questi ultimi stimola l'afflusso
di altre cellule necessarie per la cicatrizzazione. La prima cellula
di tipo fagocitario presente nella zona di lesione è il neutrofilo
polimorfonucleato. I neutrofili sono presenti precocemente e
transitoriamente nel sito della ferita per eliminare la contaminazione
batterica.
Dopo 24 ore circa, dal letto vascolare alla zona interessata
compare un'altra importante cellula fagocitaria: il macrofago. Oltre a
determinare una distruzione dei tessuti necrotici e batterici entra
attivamente nel processo di cicatrizzazione per la secrezione di
fattori di angiogenesi (AGF; TGF ; FGF 1,2,4; VEGF.)) . Tali sostanze
stimolano la comparsa di tessuto endoteliale in prossimità del vaso
leso. In questi primi momenti del fenomeno di cicatrizzazione, fattori
importanti che influenzano sia la funzione dei macrofagi che delle
altre cellule sono l'umidità e il grado di ossigenazione: il processo
determinato dai macrofagi verrebbe infatti rallentato dall'ipossia o
dall'anossia tissutale con conseguente proliferazione batterica e
rallentamento del processo di cicatrizzazione. La promozione
dell'ossigenazione nella zona lesionata aiuta quindi a determinare un
più rapido processo di cicatrizzazione.
FASE PROLIFERATIVA
Tale fase copre un periodo che va dal 3 al 21 giorno dopo la
lesione. In questo periodo la zona interessata è invasa da cellule
endoteliali e fibroblasti. Le cellule endoteliali dei capillari
determinano le gemmazioni vascolari: abbozzi vascolari che, unendosi,
determinano una rete anastomotica da cui si originano i vasi arteriosi
e venosi. I capillari appena formatisi sono molto fragili, per cui
tendono facilmente al sanguinamento e a fenomeni di diapedesi
leucocitaria tra le cellule endoteliali. Si determina un aumento del
processo di mitosi delle cellule dello strato germinativo da cui
consegue un aumento dello spessore Questi elementi cellulari
epiteliali si dispongono tra il derma e il coagulo verso il centro
della lesione sotto il sangue coagulato che forma la crosta e origina
così uno strato continuo, sebbene molto sottile, di cellule. Le
cellule epiteliali migrano solo in ambiente umido.
La riepitelizzazione in qualsiasi ferita avviene attraverso le
migrazioni cellulari dermiche dalla periferia al centro. La migrazione
avviene secondo modalità diverse a seconda che si tratti di ambiente
umido o asciutto. In caso di ferite asciutte l'epitelio migra fra il
derma essicato ed il tessuto adiposo sottocutaneo scollando i tessuti
intermedi e perciò questo avviene lentamente. In ambiente umido la
migrazione cellulare avviene tra essudato e derma procedendo quindi
più velocemete.L'attività ottimale di mitosi viene raggiunta solo in
presenza di temperature simile a quella corporea. La proliferazione
cellulare raggiunge la massima velocità di replicazione ad una
temperatura compresa tra 35-37 gradi.
Il macrofago, oltre la secrezione di AFG produce anche un altro
fattore che stimola la produzione di fibroblasti: questi sintetizzano
il collageno e la sostanza interstiziale. Con il collageno e la
sostanza interstiziale si crea la trama tissutale e su di essa si
viene a costituire la riparazione definitiva. A partire dalla V°
giornata a livello della lesione si può osservare la comparsa di
tessuto con caratteristiche di compattezza e di colore rosso brillante
determinato dalla rivascolarizzazione; questo tessuto comincia a
riempire lo spazio lasciato dalla lesione. La fase proliferativa
risulta favorita da un'adeguata nutrizione e da una adeguata
ossigenazione della ferita.
FASE DI MATURAZIONE
Dopo il 21 giorno inizia la fase più lunga del processo di
cicatrizzazione. I fibroblasti continuano a secernere collageno.
Mentre nel tessuto sano la trama delle fibre è disposta in modo
ordinato e parallelo e il tessuto è notevolmente elastico, nel
processo di cicatrizzazione le fibre sono disposte in modo
disordinato, ne consegue la secrezione di enzimi denominati
collagenasi in grado di lisare e di modellare il collageno per
renderlo più malleabile, anche se il tessuto di riparazione non avrà
mai le caratteristiche del tessuto originario.
FATTORI CHE RITARDANO IL PROCESSO DI CICATRIZZAZIONE
Secondo W.O. Seiler e H.B. Stahelin (4) partendo dai principi
basilari della cicatrizzazione delle ferite si evidenziano 5 fattori
che possono ritardare il processo di guarigione delle ferite:
1) IPOSSIA TISSUTALE
2) PRESENZA DI TESSUTO NECROTICO
3) INFEZIONE LOCALE
4) COMPROMISSIONE DELLE CONDIZIONI GENERALI DEL PAZIENTE.
5) CURA DELLA FERITA ESEGUITA IN MODO INADEGUATO
1) IPOSSIA TISSUTALE: da quanto precedentemente esposto, si nota
come sia indispensabile nel processo di cicatrizzazione una buona
ossigenazione tissutale; perché questo avvenga è necessario eliminare
la compressione dalla zona lesionata. A questo proposito va ricordato
che vi è un relazione tra la pressione esercitata sui tessuti ed il
tempo di esposizione alla stessa: una compressione di minore entità,
ma prolungata nel tempo, risulta essere molto più dannosa di una
pressione maggiore, ma di durata limitata. L'immediata decompressione
della zona lesionata comporta una riperfusione quasi immediata dei
capillari cutanei. L'ipossia tissutale è responsabile di una
circolazione rallentata e di conseguenza le cellule sono private dai
giusti apporti nutritivi e dal corretto interscambio delle sostanze di
rifiuto.
2) PRESENZA DI TESSUTO NECROTICO
La presenza di tessuto necrotico non solo impedisce la genesi di
tessuto di granulazione, ma pone le condizioni per l'istaurarsi di
proliferazione batterica. La presenza di un' escara può determinare la
progressione di uno stato infettivo negli strati profondi e formazione
di ascessi saccati con raccolta di materiale colliquato. E'
importante, perciò, affinché il processo di granulazione si instauri
che il tessuto necrotico venga rimosso con procedimenti chirurgici o
enzimatici.
3) INFEZIONE LOCALE
A questo proposito è importante fare una distinzione tra la
colonizzazione batterica e l'infezione. "La colonizzazione batterica è
la presenza di microrganismi sull'interfaccia della lesione. Molte
ferite sono colonizzate. La guarigione avviene nella maggior parte
delle ferite colonizzate. Clinicamente non sono presenti i segni
dell'infezione (arrossamento, aumento della temperatura, dolore) e
istologicamente vi è l'assenza dell'infiltrazione dei leucociti
polimorfonucleati o l'invasione nei tessuti dei batteri.
Nel caso di ferite infette si assiste all'invasione nei tessuti
dei microrganismi..la presenza di più di 10 batteri per grammi di
tessuto impediscono alle ferite di guarire..."(5) quindi "è stato
ampiamente dimostrato che la costante presenza di batteri sulla ferita
(colonizzazione) che, se non porta ad uno sviluppo eccessivo
(contaminazione) o ad una invasione nei tessuti circostanti
(infezione) non compromette la guarigione" (6)
Ristabilendo il giusto interscambio gassoso tra ossigeno,
anidride carbonica e vapore acqueo, asportando tutto il materiale
necrotico della lesione, garantendo l'isolamento termico, mantenendo
il giusto grado di umidità si pongono le condizioni ideali per
l'istaurarsi del processo riparativo. Ripristinando tali condizioni
promuoviamo in sede di lesione la difesa naturale dei leucociti
(infatti è stato comprovato che i globuli bianchi in ambiente umido
mantengono la propria mobilità e funzionalità) l'infezione locale è
quindi facilmente controllabile.
4) COMPROMISSIONE DELLE CONDIZIONI GENERALI
Oltre agli aspetti precedentemente trattati è migliorando le
condizioni generali del paziente che l'ulcera tenderà alla guarigione.
Per quanto riguarda questo aspetto è necessario un approccio
interdisciplinare con altri professionisti.
5) CURA DELLA FERITA ESEGUITA IN MODO INADEGUATO
Come infermieri possiamo agire soprattutto a questo livello
evitando questo aspetto e promuovendo, mediante un trattamento
corretto, la guarigione della lesione.
Il processo di guarigione non può essere accelerato più di quanto
i tempi fisiologici permettano e come vi sono dei fattori in grado di
influenzare negativamente tale processo, ve ne sono altri (umidità,
ossigenazione, temperatura attorno ai 37 gradi) che promuovono
l'ambiente ottimale per la cicatrizzazione.
Per prima cosa dobbiamo affermare che non esiste nessuna
medicazione miracolosa, ma la medicazione ottimale risulta essere
quella in grado di sfruttare al massimo quei fattori che facilitano la
cicatrizzazione.
Alla luce delle attuali conoscenze e dei prodotti disponibili sul
mercato è necessario che la scelta delle medicazioni ricada su quelle
che consentono le condizioni fisiologiche necessarie perché inizi il
processo di guarigione.
STADIAZIONE DELLE LESIONI DA DECUBITO
Se seguiamo le linee guida proposte dall'AISLeC (Associazione
Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee) leggiamo:
"l'utilizzo di un'unica classificazione delle lesioni all'interno di
una équipe infermieristica è la prima tappa da seguire per la
definizione di un protocollo di trattamento ed anche la più
importante. E' impensabile l'esecuzione di un atto assistenziale
corretto su di un paziente affetto da lesioni da decubito senza una
valutazione univoca della lesione da parte dell'équipe."(7)
Esistono diverse scale di classificazione delle lesioni; in
questa relazione ci rifacciamo a quella proposta nel 1989 in Usa dal
National Pressure Ulcer Advisory Panel (N.P.U.A.P) che classifica le
ulcere da decubito in stadi ed è già ampiamente adottata in altri
Paesi. Questa scala adotta più parametri nella descrizione morfologica
della piaga in modo da renderla maggiormente puntuale e quindi
gestibile. Secondo tale classificazione le lesioni da decubito si
suddividono in 4 stadi:
STADIO 1: Eritema stabile della pelle (non lacerata) non
reversibile alla digitopressione; il segnale preannuncia l'ulcerazione
della pelle.
STADIO 2: Ferita a spessore parziale che coinvolge l'epidermide
e/o il derma. L'ulcera è superficiale e si preannuncia clinicamente
come un'abrasione, una vescica o una leggera cavità.
STADIO 3: Ferita a tutto spessore che implica danno o necrosi del
tessuto sottocutaneo e che si può estendere fino alla fascia
sottostante, ma senza attraversarla. L'ulcera si presenta clinicamente
come una profonda cavità che può o non può essere sottominata.
STADIO 4: Ferita a tutto spessore con estesa distruzione dei
tessuti necrosi o danno ai muscoli, ossa o strutture di supporto (es.
tendini, capsula articolare, eccÉ).
La classificazione di una lesione da decubito può risultare
difficile per diversi motivi:
- è difficile identificare lesioni da decubito al primo stadio in
pazienti dalla cute naturalmente scura;
- in presenza di escara non è possibile stabilire il grado di
lesione sino a quando questa non venga rimossa.
E' in ogni caso importante tenere in considerazione che la
stadiazione può essere falsata dal fatto che una lesione di continuo
può anche verificarsi al di sotto di un piano cutaneo intatto.
TRATTAMENTO DELLE
LESIONI DA DECUBITO
L'ordine metodologico adottato per l'analisi del trattamento delle
lesioni da decubito trova il suo presupposto nel concetto di
stadiazione e muove dai principi della cicatrizzazione. E' stato
quindi individuato il tipo di medicazione più idoneo per ogni lesione
in funzione del suo stadio particolare. E' importante sottolineare che
la guarigione di una lesione da decubito non avviene per regressione
da uno stadio più avanzato a uno meno avanzato, bensì per processo di
granulazione.
Nel trattamento delle lesioni da decubito è stato individuato sia
un obiettivo generale che uno per ogni stadio. Il vantaggio di tale
metodologia consiste essenzialmente nel permettere una valutazione
della validità del trattamento effettuato poichè il mancato
raggiungimento dell'obiettivo deve indurre a ricercare le cause in una
delle fasi del trattamento.
Obiettivo generale: facilitare il processo di guarigione a
qualsiasi stadio della lesione impedendone il peggioramento.
Vi sono due aspetti fondamentali nel trattamento delle lesioni da
decubito di qualsiasi stadio:
- la gestione del dolore del paziente portatore di lesione;
- la decompressione della zona lesionata.
I pazienti portatori di lesioni da decubito possono manifestare
dolore nella sede della lesione così come durante la medicazione. Il
dolore è causato dai recettori presenti nelle strutture sottostanti
l'epidermide. Risulta quindi fondamentale controllare ed alleviare il
dolore usando protezioni adeguate della lesione, cambiando la postura
o attraverso l'eventuale somministrazione di analgesici.
La decompressione della zona lesionata è il presupposto
fondamentale per la cura di qualsiasi tipo di lesione. La riduzione
della pressione nelle zone di appoggio si attua mediante un piano di
mobilizzazione personalizzato che tenga in considerazione le
problematiche assistenziali del paziente. Se la situazione patologica
del paziente lo consente è da evitare una postura che poggi sulla
lesione. Per attuare la decompressione nelle zone corporee in appoggio
può rendersi utile l'adozione di ausili. Esistono in commercio ausili
che riducono la compressione aumentando la superficie d'appoggio:
materiali conformabili, statici (espansi, fibre cave, acqua, superfici
ad aria non a cessione statiche). Altri ausili scaricano le pressioni
in continuo (sovramaterassi ad aria a pressione alternata) o i più
sofisticati scaricano le pressioni in continuo (sovramaterassi o
materassi a reale perdita d'aria o i letti fluidizzati).Gli ausili
vanno scelti in relazione al fabbisogno legato al rischio del paziente
e soprattutto, per quanto riguarda quelli che riducono la pressione,
non sostituiscono mai la mobilizzazione, bensì permettono di allungare
i tempi di mobilizzazione.
I°Stadio
Obiettivo: ripristinare la vascolarizzazione e prevenire l'ulcerazione
cutanea.
Il primo approccio terapeutico a una lesione da decubito consiste
essenzialmente nella eliminazione della compressione locale, premessa
indispensabile per ristabilire una buona perfusione ed ossigenazione
tissutale, attraverso cambi di postura personalizzati. E' da ricordare
che il massaggio, utilizzato frequentemente a questo stadio con
l'obiettivo di favorire la rivascolarizzazione, è controindicato in
quanto può ulteriormente aggravare il danno tissutale. Il massaggio
profondo provoca infatti scollamento dei piani cutanei, ostacola la
rigenerazione dei tessuti ed i processi di angiogenesi. Eseguito nelle
zone perilesionali inibisce la riepitelizzazione poichè la manovra
provoca scollamento delle bande di tessuto epiteliale che cercano di
sostituire il tessuto leso. La vasodilatazione della zona, obiettivo
che si vuole raggiungere mediante il massaggio, dura solo pochi
minuti.
E' inoltre importante un'accurata, ma non aggressiva igiene della
cute utilizzando detergenti che non alterino il pH fisiologicamente
acido e che non rimuovano il film idrolipidico della superficie
cutanea rendendola in tal modo meno idratata e quindi più fragile.
Utile a questo scopo l'utilizzo di creme emollienti che promuovono il
mantenimento dello strato idrolipidico e rendono in tal modo la cute
più resistente ed elastica. Le sostanze barriera (creme a base di
ossido di zinco, spray al silicone) proteggono la cute dalle sostanze
irritanti e dalla macerazione. E' assolutamente controindicato
l'utilizzo di soluzioni alcooliche che provocherebbero solo la
disidratazione delle cute.
Il danno cutaneo a questo livello può essere minimizzato sia
evitando gli sfregamenti tra la cute e il piano di appoggio durante le
manovre di mobilizzazione, sia applicando particolari medicazioni
idrocolloidali di tipo sottile o film membrana. Si tratta in questo
caso di particolari pellicole trasparenti e permeabili all'ossigeno
che, ricreando l'effetto barriera dell'epidermide, svolgono funzioni
di protezione dell'integrità cutanea.
Se trattata correttamente, una lesione al primo stadio ha un
rapido miglioramento e si eviterà un peggioramento in senso
ulcerativo.
II°
Stadio
Obiettivo: favorire la ricostruzione cutanea.
In una lesione da decubito al II° stadio, (naturalmente dopo aver
eliminato la pressione locale), si procede con la detersione. Così
facendo si ottiene una riduzione dell' inevitabile carica batterica
presente sulla zona lesionata grazie all'azione meccanica del getto
della soluzione impiegata. Sono adatte a questo scopo soluzioni di
Fisiologica e Ringer lattato; quest'ultimo è preferibile per la
maggior concentrazione di ioni potassio utili alla rigenerazione
cellulare e alla sopravvivenza dei fibroblasti.
Dai concetti precedentemente esposti sul meccanismo di
cicatrizzazione emerge la necessità di rivedere buona parte delle
nostre tecniche riguardo alla medicazione di una lesione. Condizioni
indispensabili per il fenomeno biologico della cicatrizzazione sono un
ambiente umido, con il giusto gradiente di ossigeno e temperatura che
si aggiri attorno ai 37 gradi.
Alla luce di tali considerazioni si comprende come sia da
considerare concettualmente superata l'adozione di una medicazione
asciutta. "...è fondamentale trattare la ferita con metodi moderni e
rispettare determinati concetti di riparazione tissutale".(8) per
promuovere infatti la migrazione cellulare è necessaria la presenza di
tessuto vivente mentre in caso di crosta si verifica la migrazione
delle cellule epiteliali al di sotto di questa, con conseguente
ritardo del processo riparativo. "Al di sotto di un bendaggio
occlusivo l'epidermide si muove su un tessuto umido ad una velocità di
circa tre volte superiore rispetto a quanto si muova al di sotto di
una crosta"(9). Nella fase di granulazione i macofagi in ambiente
umido e relativamente caldo, si moltiplicano più facilmente e
producono fattori che stimolano la formazione di nuovi capillari;
inoltre durante la fase di epitelizzazione le cellule epiteliali
migrano più velocemente in ambiente umido.
Risultano pertanto da abolire tutte quelle pratiche che conducano
a tale situazione:
- pennellature con fucsina, mercurocromo...;
- esposizione ad una situazione di essiccamento delle lesione.
- utilizzo di garze iodoformiche (tra l'altro citotossiche).
Alla luce di quanto detto segue che per promuovere la
ricostituzione cellulare, si devono utilizzare prodotti in grado di
ricostruire l'ambiente idoneo. Particolarmente indicati sono i
bendaggi idrocolloidali e le schiume in poliuretano.
Le medicazioni con idrocolloidi a matrice adesiva di
contenimento, disponibili in diversi formati, esercitano la loro
azione assorbendo gli essudati ed esercitando attività di controllo
degli stessi. L'effetto di assorbenza lento e controllato fa in modo
che a livello della lesione vi sia sempre il giusto grado di umidità e
ne impedisce la macerazione dovuta all'eliminazione di vapore acqueo.
Il processo riparativo si avvia dopo l'applicazione della
medicazione idrocolloidale mediante un'azione di detersione con
asportazione del tessuto necrotico dato dall'accumulo di fibrina. Gli
idrocolloidi entrano in simbiosi con gli essudati della lesione e con
i prodotti di degradazione cellulare formando una gelatina che viene
asportata ad ogni cambio di medicazione utilizzando soluzioni di
fisiologica a getto. L'insorgenza di cattivo odore, che scompare del
resto dopo il lavaggio, è da considerare normale poiché dipende dalla
reazione tra essudato ed idrocolloide. Dopo l'asportazione del tessuto
necrotico, successivamente alla prima medicazione, si può comunque
riscontrare un aumento del diametro e profondità della lesione proprio
a causa dell'azione di detersione indice di un corretto inizio del
processo riparativo. Non si può vedere quanto realmente sia estesa
un'ulcera prima che venga asportato il tessuto necrotico. Questa
azione di fagocitosi dei detriti della lesione è assicurata dai
macrofagi che trovano l'ambiente idoneo per temperatura, umidità ed
ossigeno.
Altra caratteristica è l'effetto barriera a cui assolve la
membrana esterna impermeabile sia ai germi che ai liquidi. Gli
idrocolloidi garantiscono inoltre l'isolamento termico prevenendo
l'evaporazione dell'essudato proteggono la ferita dal raffreddamento.
Ci vogliono infatti 40 minuti affinché una ferita detersa torni alla
temperatura normale e circa 3 ore affinché ricompaia la mitosi
cellulare.
Le medicazioni con tali bendaggi diminuiscono la dolorabilità
proteggendo le terminazioni nervose; l'asportazione infatti non causa
traumi ai tessuti in via di rinnovamento.Il meccanismo della riduzione
del dolore in ambiente umido non è ancora ben chiaro; una spiegazione
potrebbe essere che gli idrocolloidi prevengono la disidratazione e il
raffreddamento delle terminazioni nervose.
Grazie alla sua consistenza flessibile ed elastica questa
medicazione si adatta bene a qualsiasi sede della lesione aderendovi
perfettamente.
Da non sottovalutare è anche l'aspetto dei costi dato che la
medicazione idrocolloidale va sostituita (cambio che deve avvenire
quando la medicazione appare "diversa") con minore frequenza con
conseguente diminuzione dei carichi di lavoro.
Alcuni idrocolloidi (medicazoni semiocclusive) hanno membrana
semipermeabile che permette quindi il passaggio di ossigeno, di
anidride carbonica e vapore acqueo come nell'epidermide; l'interfaccia
della lesione viene quindi a mantenersi umida e nel contempo se ne
impedisce la macerazione attraverso l'evaporazione del vapore acqueo
ma nel contempo sono impermeabili alle sostanze liquide esterne e ai
microrganismi.
Altri tipi di idrocolloidi (medicazioni occlusive) sono
impermeabili all'ossigeno ambientale: segue da ciò che l'ossigeno
necessario all'angiogenesi deriva dall'apporto ematico. Per effetto
dell'occlusione consegue una caduta della pressione parziale di
ossigeno a livello della lesione per cui viene richiamato nella zona
l'afflusso di sangue necessario. Anche in questo caso viene impedita
la macerazione della lesione, ma solo attraverso l'assorbimento
dell'essudato da parte dell'idrocolloide.
Altro prodotto indicato per creare un ambiente umido sono le
schiume poliuretaniche: sono dei sostituti dell'epidermide,
permeabili sia all'ossigeno che all'anidride carbonica. Fungono da
barriera per i microrganismi e permettono l'isolamento termico, hanno
inoltre la proprietà di assorbire l'eccesso di essudato ed i
componenti tossici favorendo la liquefazione dei detriti delle ferite.
Le schiume sono indicate sia per lesioni di I e II stadio (non
aderiscono al tessuto sano e grazie al loro effetto ammortizzante
offrono una notevole protezione preservando il tessuto dai traumatismi),
sia per lesioni di III e IV stadio in quanto possono assorbire anche
noevoli quantità di essudato.
III° Stadio
Obiettivo: rimuovere il tessuto necrotico.
La presenza di tessuto necrotico impedisce la guarigione: se non
viene rimosso, il tessuto sano sottostante non ha la possibilità di
iniziare il processo di granulazione.
La rimozione dell'escara deve essere necessariamente di tipo
chirurgico cui farà seguito un abbondante lavaggio con soluzione
fisiologica o Ringer Lattato. La medicazione seguente all'asportazione
chirurgica verrà effettuata utilizzando garze sterili al fine di
controllare eventuali emorragie.
Per la detersione della lesione da residui necrotici è utile
associare all'asportazione chirurgica la pulizia enzimatica con
l'applicazione di sostanze proteolitiche in grado di sciogliere
o ammorbidire quegli strati di fibrina e tessuto necrotico non
asportabili chirurgicamente. L'utilizzo di questi prodotti deve essere
effettuato con molta attenzione, evitandone il contatto con il tessuto
sano, che verrebbe distrutto dalle proprietà enzimatiche degli stessi.
L'esclusivo utilizzo dei prodotti enzimatici risulta inefficace a
rimuovere escare secche ma è utile l'associazione della sostanza
proteolitica con film membrana al fine di ammorbidire l'escara in
preparazione alla toilette chirurgica: la presenza di umidità aumenta
infatti l'attività enzimatica di tali sostanze.
Una sostanza ideale alla rimozione della necrosi è l'Idrogel,
un nuovo prodotto indicato nella detersione di necrosi ed escare in
quanto provoca un'idratazione massiva del tessuto necrotico, favorendo
una rapida autolisi con contemporanea attivazione dei processi di
riparazione senza intaccare il tessuto sano; il suo utilizzo nei
tramiti fistolosi ne permette un drenaggio efficace; nel caso di
ulcere deterse stimola il processo di granulazione.
Esiste anche l'associazione tra Idrogel e Alginato di calcio
utile in caso di lesioni iperessudanti: il potere assorbente dell'alginato
contiene i fenomeni di macerazione mentre l'idrogel ha un'efficace
azione di debridement della fibrina.
Per quanto concerne l'impiego di disinfettanti le linee guida
dell'AHCPR ne sconsigliano l'utilizzo vista la loro azione citotossica
nei confronti del tessuto di granulazione (fibroblasti in particolare)
che determina un ritardo nella produzione di collageno. I
disinfettanti esercitano inoltre un'azione irritante nei confronti
della rete capillare neoformatisi.
Viene ancora utilizzata frequentemente l'acqua ossigenata: va
ricordato che tale sostanza distrugge il 50% delle cellule in via di
riepitelizzazione e non sembra nemmeno comprovata la sua efficacia
anche nei confronti delle infezioni sostenute da germi anaerobi a
causa delle scarsità dei tempi di contatto.
Con tali premesse occorrerebbe bandire l'utilizzo dei
disinfettanti ma, per esperienza diretta, nel trattamento di lesioni
da decubito al III°- IV° stadio che presentavano zone di necrosi siamo
giunte ad utilizzare determinati disinfettanti quali lo Iodopovidone
(visto la sua efficacia sia come antibatterico che antimicotico) o la
Clorexidina. Il motivo che ci ha condotto a rivedere tale
comportamento nasce dall'esigenza primaria che occorra eliminare sì la
necrosi ma anche contenere l'inevitabile aumento della carica
batterica che ne consegue, senza dimenticare che un trattamento
antibiotico sistemico in questa fase avrebbe, a livello locale, una
scarsa azione determinata dalla limitata diffusione nel tessuto
necrotico avascolarizzato.
Lo Iodopovidone è stato utilizzato anche con il preparato di
Knutson (20 parti di zucchero, 5 parti di Betadine pomata, 2 parti di
iodopovidone soluzione chirurgica). Tale preparato favorisce la
detersione della lesione e stimola la granulazione grazie alla
presenza dello zucchero che possiede qualità eutrofizzanti, deve
essere utilizzato con particolare attenzione nei soggetti diabetici o
con insufficienza renale; il suo utilizzo è bandito nei soggetti che
presentino allergia allo iodio.
L'utilizzo del disinfettante dovrà cessare qualora si vedrà
l'inizio del processo di riparazione che, ricordiamo, inizia dal fondo
e dai bordi della lesione.
La reale efficacia degli antibiotici ad uso locale non è stata
comprovata, poiché non penetrando in profondità non sono in grado di
produrre il loro meccanismo di azione farmacologico; possono invece
creare resistenze batteriche e ipersensibilità.
Una volta ottenuta la detersione della piaga si procede con la
scelta del bendaggio occlusivo o semiocclusivo con l'utilizzo di
idrocolloidi o schiume poliuretaniche.
In caso di ferite infette è consigliabile utilizzare medicazioni
semiocclusive o schiume in poliuretano al fine di evitare sviluppo di
batteri anaerobi.In questo caso è bene che la lesione venga monitorata
con sostituzioni giornaliere e con tamponi colturali e biopsie
cadenzate al fine di intervenire con terapia antibiotica sistemica
mirata e con modificazioni nel tipo di trattamento locale.
Qualora la ferita fosse libera da residui necrotici e non
presentasse segni di infezione si può applicare una medicazione di
tipo occlusivo.
Con una medicazione avanzata si ottiene anche il controllo sulla
sintomatologia dolorosa, spesso presente nelle ulcere a questo stadio,
in quanto pare prevengano la disidratazione ed il raffreddamento delle
terminazioni nervose. Qualora il paziente lamentasse dolore sarà
opportuno informare il medico affnchè prescriva un farmaco antalgico
appropiato. La riduzione del dolore è un altro fattore favorente il
processo di guarigione delle ferite poichè in presenza di un dolore
elevato si manifesta il fenomeno dellla vasocostrizione che provoca
una diminuzione delll'apporto di ossigeno e delle sostanze necessarie
al processo riparativo nella zona interessata dalla lesione.
Nel caso in cui la lesione presentasse delle cavità è opportuno
zaffarla; qualora fosse anche secernete è bene ricorrere a falde di
Alginato di calcio o di sodio senza comprimere.In caso di ferite in
fase di granulazione si possono usare schiume poliuretaniche di tipo
cavitario che, grazie alla loro particolare struttura, sono in grado
di assorbire anche notevoli quantità di essudato favorendo il giusto
grado di umidità ed impedendo che si formino raccolte ascessuali.
Questo tipo di medicazioni possiedono una struttura morbida che si
conforma facilmente alla cavità senza comprimere e senza aderire al
tessuto neoformato.
E' importante sottolineare che non esiste un trattamento
identico, valido per ogni lesione ma spesso occorre modificarlo anche
nell'ambito della cura della medesima lesione per poter ottimizzare i
risultati.
IV° Stadio
Obiettivo: controllo delle infezioni
La cura delle lesioni al IV° stadio è praticamente sovrapponibile
a quella del III°: la differenza sostanziale consiste nel rischio
maggiore di infezioni legato sia alla penetrazione della lesione verso
le strutture profonde, sia alle condizioni maggiormente critiche del
paziente. A questo stadio si rende maggiormente necessario un
intervento di tipo multidisciplinare che coinvolga diverse figure
professionali (l'internista, il dietologo..) a seconda delle diverse
problematiche cliniche che il paziente presenta. E' altrettanto
rilevante che venga attuato un piano di assistenza infermieristico,
sia esso ospedaliero che, molto più spesso in ambito domiciliare volto
a migliorare i deficit organici nel rispetto dei bisogni del paziente.
Il trattamento locale dopo la necessaria rimozione dell'escara
(rimozione che deve essere effettuata in modo graduale, associando
prodotti proteolitici o idrogel) prevede un'abbondante detersione con
ringer lattato o fisiologica.
Per quanto concerne l'utilizzo del disinfettante riteniamo la sua
applicazione necessaria in questa fase visto la presenza di infezione
che potrebbe divenire sistemica.
In presenza di abbondante essudato è utile l'uso di alginato di
calcio, materiale biodegradabile in grado di assorbire grandi quantità
di essudato (assorbe 20 volte il proprio peso) mediante la
trasformazione in gel; ciò favorisce il grado di umidità ottimale per
avviare il processo di riparativo.Visto il maggior rischio di
proliferazione batterica si consiglia di ricorrere a schiume di
poliuretano o idrocolloidi semipermeabili.
Un parametro fondamentale per il paziente è il controllo del
dolore (sicuramente ingravescente vista l'estensione della lesione ai
piani più profondi) da effettuare con antidolorifici da somministrare
in accordo con il medico curante.
E' in ogni caso auspicabile che la lesione non raggiunga questo
stadio in quanto è indice del fallimento sia della prevenzione che del
trattamento terapeutico degli stadi precedenti.
INDICAZIONI GENERALI
Il trattamento deve essere accettato e condiviso da tutto il
personale
Monitorizzare l'evoluzione della lesione tramite la misurazione
di circonfernza, perimetrto, volume e presenza di tratti sottominati.
La misurazione della circonferenza è possibile in caso di lesioni
circolari. Si possono utilizzare dei fogli acetati con dei circoli
concentrici. La misura del perimetro è utile in caso di bordi
irregolari. Si può utilizzare un doppio foglio acetato sul quale
vengono segnati i bordi. La parte venuta a contatto con la lesione
verrà buttata. Le successive misurazioni verranno poi confrontate. La
profondità può essere misurata tramite un bastoncino sterile e
successivamente con un centimetro. Il volume della lesione si può
calcolare in questo modo: dopo aver sigillato la lesione mediante un
film trasparente si inietta nella cavità della soluzione fisiologica.
Il volume della cavità è pari alla quantità di liquido iniettato.
Successive misurazioni confrontate tra loro potranno dimostrare la
regressione o meno della lesione. Per ottenere una misurazione
accurata è importante: - utilizzare la stessa tecnica di misurazione
ad ogni rilevazione - utilizzare lo stesso strumento - a ogni
misurazione posizionare il paziente sempre allo stesso modo -
documentare ogni rilevazione, eseguita ad intervalli regolari, per
poterla confrontare con le precedenti.
Rivalutare la lesione a scadenza almeno
settimanale
|