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DEPRESSIONE


     

      La depressione è considerata uno dei mali più subdoli che affliggono la nostra società. Difficile da diagnosticare con esattezza, difficile da curare. La complessità del problema dipende dal fatto che non si tratta solo di una patologia (il cui campo sarebbe di totale competenza della medicina), ma di una situazione esistenziale in cui s'intrecciano

  • uno stato fisico patologico (componente fisica)
  • uno stato psichico patologico (componente psichica)
  • scelte di vita errate (componente esistenziale)
  • vissuto di situazioni negative (componente reattiva)

A seconda della miscela delle quattro componenti si genera  una forma depressiva. Si può dire che

 

per ogni paziente esiste una forma di depressione

 

In altri termini:

la depressione è una malattia personalizzata

 

Questo semplice concetto non è spesso compreso né dal terapeuta né dal paziente; se entrambi tentano di ricondurre a una sola componente una forma depressiva complessa, difficilmente si potrà uscire dalla situazione. È sorprendente come anche agli addetti ai lavori sfugga sovente il vettore depressione, cioè la presenza (o assenza) di una o più componenti nel soggetto depresso. È pertanto fondamentale comprendere come dalla descrizione medica si riesca a formulare una nuova classificazione, moderna e soprattutto concreta.

La medicina - Dal punto di vista medico la depressione è uno stato mentale evidenziato da riduzione delle attività psichiche e motorie, incapacità di progettare il futuro, ansia. Può essere reattiva o non reattiva. La depressione reattiva si manifesta in seguito a un evento negativo. Fra quelle non reattive si devono separare le depressioni su base organica (causate da altre malattie come disturbi della tiroide, disturbi neurologici degenerativi ecc.) e quelle iatrogene (causate da farmaci come i cortisonici, i betabloccanti ecc.). Fra le depressioni non reattive prettamente psichiche si possono ricordare quelle ricorrenti (si ripresentano con una certa regolarità e sono collegabili a disturbi biologici del cervello), quelle bipolari (originariamente denominate psicosi maniaco-depressive perché il soggetto alterna periodi di euforia a periodi di depressione), le distimie (depressioni nevrotiche, in cui si ha un costante abbassamento del tono dell'umore senza giungere a gravi compromissioni della vita del soggetto). La depressione può essere curata con farmaci o con la psicoterapia. La scelta deve essere effettuata in base al tipo di depressione che, anziché una malattia, deve essere considerata una classe di patologie. Ai due estremi possiamo trovare la depressione maggiore malinconica (profonda depressione del tono dell'umore, netto rallentamento psichico e motorio, idee di colpa e di rovina, andamento episodico con tipico peggioramento al mattino ecc.), per la quale è fondamentale il ruolo dei farmaci, e la depressione minore ansiosa (depressione del tono dell'umore meno grave, ansia, autocommiserazione e accusa del mondo esterno per le proprie condizioni, decorso più o meno continuo, eventualmente aggravato o alleviato da fattori esterni), per la quale è importante la psicoterapia. Quest'ultima può essere di tipo cognitivo (per correggere gli errori nello schema di pensiero del paziente), a orientamento interpersonale (per migliorare la socialità del soggetto) o a orientamento psicodinamico (per ricostruire eventi o conflitti passati alla base della patologia).

Gli antidepressivi - Milioni di persone vi ricorrono, ma sono pochissimi quelli che sono guariti da depressioni severe. Basterebbe questa constatazione per far dubitare. Purtroppo la ricerca ha continuato a sfornare negli anni dati che sembravano attestare la validità di farmaci antidepressivi, convenzionali e non (come l'iperico). In realtà in tutte le ricerche la percentuale di successo del farmaco era superiore a quella del placebo, ma inspiegabilmente l'efficacia di quest'ultimo non era nulla!!! Come dire il 30% guarisce col placebo (cioè con nulla!) e il 60% con l'antidepressivo, quindi il 30% delle guarigioni è merito del farmaco. In realtà è un modo di ragionare decisamente scorretto. Una ricerca in cui il placebo abbia una qualche efficacia è una ricerca sbagliata (nel campione, nelle metodiche, nell'analisi dei risultati o altro). In effetti la tesi di J. Frank (Persuasion and Healing), secondo la quale suscitare speranza aiuta a guarire, spiega non solo l'effetto del placebo in queste ricerche, ma anche il risultato dell'antidepressivo, somministrato a un paziente ignaro, ma da un medico che con le sue attenzioni può "aiutare a guarire", temporaneamente s'intende, ai soli fini della statistica della ricerca. Nel 2002 Irving Kirsch ha pubblicato un lavoro (su Prevention & Treatment, rivista on line della American Psychological Association) in cui esamina gli studi che le case produttrici inviano alla FDA (Food and Drug Administration). Kirsch ha scoperto che:

  • la differenza fra farmaco e placebo è minima
  • non esiste una relazione fra la quantità di farmaco assunto e il suo effetto prodotto nell'organismo

Quest'ultimo punto è importantissimo: se non c'è relazione con la dose  come si può pensare che il farmaco sia efficace?

 

Il vettore depressione

 

La descrizione che la medicina dà attualmente delle forme depressive è facilmente inquadrabile nel modello del vettore depressione e ciò consente di avere le idee molto più chiare. Le corrispondenze sono facili per le depressioni pure:

  • depressione reattiva <-> componente reattiva massima
  • depressioni su base organica o iatrogena <-> componente fisica massima
  • depressione bipolare, depressione maggiore malinconica <-> componente psichica massima.

Ma per le altre? E poi siamo veramente sicuri che una depressione reattiva abbia un vettore con la sola componente reattiva? In molti casi, di fronte al fattore scatenante, un altro soggetto non sarebbe caduto in depressione: significa che il depresso reattivo ha anche una componente esistenziale o psichica non nulla.

Troppe volte una tristezza occasionale, sbalzi d'umore, una facile affaticabilità vengono scambiati per depressione, mentre non sono che un semplice calo dell'umore. Da qui si rientra in un labirinto da cui non si riesce più a uscire; gli psicofarmaci diventano le mura di questa prigione e il soggetto di convince della loro necessità, tralasciando ogni analisi della componente esistenziale dei suoi problemi.

 

Ultimo aggiornamento: venerdì 22 settembre 2006