La sindrome di Down dal punto di vista scientifico
genetico
Nel 1866 un medico inglese a nome John Haydon Langdon Down stese la
prima descrizione clinica di quella condizione complessa che ora porta
il suo nome: sindrome di Down. Evidentemente Down ai suoi tempi non
poteva fare altro che un rapporto clinico, ovvero la esposizione dei
più importanti e frequenti sintomi, non essendo assolutamente
disponibili conoscenze genetiche. Nel complesso dei sintomi osservati
e descritti, risultarono significativi per Down la morfologia del viso
e, soprattutto il deficit dell'intelletto, tanto che propose la
denominazione di idiozia mongoloide oppure mongoloidismo
o anche mongolismo o altre ancora più fantasiose.
Per tanto tempo questa specie di epiteto mongoloide
identificò più che degli individui, una categoria uniforme, priva di
personalità: soggetti mentalmente ritardati destinati ineluttabilmente
alla dipendenza totale dalla famiglia o dalla società.
La terminologia che si usa attualmente riconosce con il termine
sindrome la plurifocalità dei sintomi che interessano
contemporaneamente diversi organi ed apparati, ma la scienza
identifica persone Down diversificate e singolarmente originali
che si possono incontrare nei banchi di scuola, in una festa fra amici
e, sempre più spesso, anche in un posto di lavoro.
La
sindrome di Down: cos'è, le cause, la diagnosi
Si deve rispondere con due definizioni, una clinica ed una
biologica. Dal punto di vista clinico la sindrome di Down è un insieme
abbastanza uniforme, ma non stereotipato, di sintomi morfologici del
corpo e soprattutto del viso, di frequenti, ma non certo obbligatorie,
malformazioni di organi interni e di un grado variabile di ritardo
mentale.
Dal punto di vista biologico la sindrome di Down è la conseguenza
di un eccesso di materiale genetico (di DNA), precisamente di quello
che è contenuto nel cromosoma 21, il quale è presente nelle cellule
dei soggetti affetti in triplice dose, invece che nella normale
condizione doppia.
Questa condizione genetica si può percepire in forme diverse, ma
identiche nella sostanza. Nella grande maggioranza dei casi tutte le
cellule contengono 47 cromosomi (invece di 46) appunto perché quello
identificato con il numero 21 si presenta in tre coppie (trisomia 21
libera o primaria). Più raramente questa stessa condizione si
riscontra non in tutte le cellule che si esaminano, ma alcune di esse,
in percentuale variabile, hanno i normali 46 cromosomi ivi compresi i
normali due cromosomi 21. Infine, nel 3% circa dei casi, il cromosoma
21 soprannumerario è attaccato /si dice traslocato) su un altro
cromosoma, cosicché il numero totale dei cromosomi sembra essere 46,
ma all'esame morfologico si percepisce che uno di essi è la somma di
due.
Questi reperti si possono ottenere mediante l'esame che si
chiama mappa cromosomica, o anche cariotipo, che si esegue
coltivando in laboratorio alcune cellule ottenute dalla persona in
esame mediante un semplice prelievo di sangue. La scienza o, meglio,
la specializzazione che si occupa di questi esami si chiama
citogenetica.
Le cause di questa anomalia cromosomica non sono sostanzialmente
note. Semmai sono disponibili delle osservazioni statistiche le quali
si concretizzano nei seguenti dati:
le anomalie nel numero e/o nella struttura dei cromosomi sono un
evento abbastanza frequente, nell'ordine del 9% di tutti i
concepimenti. Però nella grande maggioranza dei casi le stesse
anomalie non sono compatibili con lo sviluppo dell'embrione, cosicché
esso viene spontaneamente abortito;
questi dati di frequenza sono straordinariamente costanti nelle
diverse popolazioni e verosimilmente anche nel tempo; sembra dunque
che l'errore cromosomico sia una caratteristica costante della
riproduzione;
non sono stati individuati fattori (chimici? fisici? ormonali? del
padre, della madre? dell'ambiente?) che influenzino significativamente
la frequenza dell'anomalia cromosomica. Esiste tuttavia un dato
statistico (epidemiologico) di costante riscontro: l'incidenza della
sindrome aumenta in proporzione diretta all'età della madre al
concepimento.
Valga, relativamente al dato statistico appena citato, la seguente
tabella:
Età della madre incidenza alla nascita
inferiore a 30 anni 1 : 1.500
fra 30 e 34 1 : 580
fra 35 e 39 1 : 280
fra 40 e 44 1 : 70
oltre 45 1 : 38
Dunque questa tabella si deve intendere così: l'avanzare dell'età
della donna al concepimento fa crescere il rischio di concepire un
figlio con la sindrome di Down, ma nessuna età, per giovane che sia, è
in assoluto indenne. Sussiste qualche dubbio se costituisca motivo di
rischio ulteriore (rispetto a quello legato all'età) il fatto di avere
già avuto un figlio con la sindrome di Down (quella per trisomia
libera).
Questa connessione con l'età della donna resta sostanzialmente un
dato statistico: semmai sposta l'attenzione sulla produzione delle
cellule-uovo, nel corso della quale produzione viene saltata la
disgiunzione cromosomica; accade cioè che tutti e due i cromosomi 21
siano presenti in una sola cellula-uovo, invece che uno solo.
Conseguentemente si verifica questa specie di somma: due cromosomi 21
presenti nella cellula-uovo + un cromosoma 21 presente nello
spermatozoo = trisomia 21. Si sappia bene però che questa stessa
irregolarità può avvenire anche nella produzione degli spermatozoi.
Per quanto concerne la diagnostica due sono le evenienze possibili,
che si debba porre la diagnosi in un neonato o in un bambino più
grandicello, comunque in una persona della quale si possa esaminare il
quadro clinico, oppure si debba fare la diagnosi in epoca prenatale,
quando ovviamente il quadro clinico non è percepibile.
Il quadro clinico della sindrome di Down è sufficientemente chiaro,
tanto che l'esame cromosomico che si può richiedere ha un valore di
accertamento diagnostico finalizzato a chiarire il tipo cromosomico
della sindrome, oppure un'eventuale condizione di mosaico, oppure se
la triplicazione cromosomica interessi l'intero cromosoma 21 o solo
quella parte di esso detta regione critica perché è capace di
realizzare da sola il quadro clinico. Più significativa e pressante è
la diagnosi prenatale, per le evidenti conseguenze comportamentali che
può giustificare.
Per fare la diagnosi prenatale (sempre s'intende mediante l'esame
cromosomico) si debbono ottenere cellule del feto e queste possono
essere di due tipi:
gli amniociti o cellule presenti nel liquido amniotico. Per
ottenerle si effettua un prelievo di una piccola quantità di liquido
in un periodo compreso fra la 14a e la 18a
settimana di gestazione: evidentemente questa data non deve solo
essere calcolata sul calendario della gestazione, ma scelta in base
all'esame obiettivo della gravidanza sempre con il criterio di
ottenere la diagnosi quanto prima possibile;
le cellule dei villi coriali (questi sono propriamente la
parte fetale della placenta). Il prelievo o villocentesi è più precoce
dell'amniocentesi ed avviene sotto guida ecografica, come anche l'amniocentesi
del resto.
Una possibilità molto interessante, tuttora oggetto di ricerca,
sarebbe quella di ottenere cellule fetali con un sistema meno
"cruento" ed invasivo dei due precedenti: si ipotizza, per esempio, di
trovare ed identificare cellule fetali nel sangue materno.
Attualmente viene talvolta praticato il cosiddetto Tri-test che
richiede solo un prelievo di sangue materno alla 15a
settimana. Vengono dosati tre ormoni (alfa-fetoproteina,
beta-gonadotropina, estriolo) ed un programma computerizzato, che
tiene conto anche dell'età della donna e di altri dati, fornisce una
stima della probabilità che il feto in gestazione sia affetto dalla
sindrome di Down. Evidentemente il calcolo fa riferimento a precedenti
ricerche statistiche nelle quali sono stati elaborati gli stessi dati,
rilevati in gravidanze nelle quali il feto era sicuramente Down. Il
referto che il Tri-test fornisce è articolato pressappoco così per una
ipotetica donna incinta alla 15a settimana: il rischio di
avere un feto Down dipendentemente dalla età è "x", valutando anche i
dati ormonali tale rischio diventa "y". Ora "x" e "y" sono due
probabilità: se la seconda è più grande della prima, significa solo
che c'è maggior rischio di avere un feto Down. Dunque un dato solo e
semplicemente statistico. Ora si può capire quanta apprensione possa
generare e quanti problemi ne derivino: siamo almeno alla 16a
settimana di gestazione e ci si può trovare nella necessità di
effettuare una amniocentesi, il che non è per nulla facile a quell'epoca
Indirizzo alla famiglia in campo neuropsichiatrico infantile
La sindrome di Down è uno stato di fatto, non uno stato di
malattia.
Le difficoltà maggiori per un bambino sono legate all'uso del
proprio corpo, in relazione alle caratteristiche somatiche e toniche
diverse dai coetanei. Un aiuto che mira all'autoregolazione del
proprio comportamento facilita e migliora il bambino Down; l'aiuto
principale consiste nell'integrazione del bambino in una classe
normale e dei coetanei in genere. Vi sono normalmente difficoltà ad
accettare le differenze che esistono tra adulti, queste difficoltà
sono particolarmente accentuate quando riguardano i bambini. Inoltre
dobbiamo tenere conto dei genitori che desiderano avere un figlio
secondo le loro aspettative.
L'anomalia cromosomica (trisomia 21, mosaicismo) porta a
caratteristiche morfologiche e neurofisiologiche simili in questi
bambini, ma variabili da uno all'altro. Le caratteristiche sono
espressioni della personalità e non sono immutabili, possono variare.
L'azione educativa favorisce lo sviluppo del bambino non solo
fisicamente, migliorando il suo atteggiamento posturale, ma anche il
suo modo di comportarsi con gli altri, adulti e coetanei. Vi sono
caratteristiche comuni nel comportamento, come la lentezza dei
movimenti, l'attenzione labile, l'umore mutevole molto dipendente
dall'ambiente che circonda il bambino e da tutte le circostanze
esterne, interessi molto limitati e centrati sulla propria persona.
Esaminando molti bambini Down, si evidenzia una estrema variabilità di
soggetti, legata soprattutto all'equilibrio relazionale e alla
situazione educativa famigliare. In comune i bambini Down hanno solo
la caratteristica di vivere sempre in modo intensamente emotivo le
loro esperienze della vita quotidiana sia in casa, sia fuori casa;
comune è inoltre una fine sensibilità uditiva e una spiccata capacità
imitativa. La personalità di ognuno di noi è l'integrazione tra l'io,
l'ambiente circostante e il mondo degli altri.
Le caratteristiche di questi bambini spiegano le difficoltà nella
strutturazione della propria personalità, nella conoscenza del mondo
esterno e nell'adeguarsi alla realtà esterna.
Il bambino Down ha difficoltà fondamentali nell'uso del proprio
corpo, nella regolazione del tono del proprio corpo che si diversifica
da quella dei coetanei; inoltre vi sono comportamenti emotivi e non
selettivi verso gli altri. Il comportamento del bambino è instabile,
vi è difficoltà ad apprendere la conoscenza della realtà circostante,
difficoltà nell'uso della parola.
In famiglia vi sono sovente interventi inadeguati che possono
peggiorare lo stato di fatto e che vengono peggiorati dal contesto
circostante. Il dramma iniziale della famiglia, della madre
soprattutto, quando nasce un bambino diagnosticato come Down,
caratterizza il clima emotivo in cui il bambino trascorre i primi
tempi dopo la nascita. Al dramma iniziale si aggiungono le più diverse
iniziative, come le continue consultazioni mediche con specialisti
diversi, alla ricerca di qualcosa che possa placare un'ansia sempre
crescente in previsione del futuro.
I genitori ovviamente ricercano sempre il massimo delle
informazioni: dalle divulgazioni della stampa periodica, alle
informazioni scientifiche, alla ricerca di farmaci che non esistono.
Con il passare del tempo la famiglia stabilisce con il bambino un
rapporto sempre più iperprotettivo o, al contrario, eccessivamente
stimolante. Va ricordato alle famiglie dei bimbi Down che il rapporto
con il bambino deve essere affettuoso, come per qualunque altro
figlio, ma misurato e tendente a rispondere ai bisogni del bambino.
È indispensabile quindi un controllo neuropsichiatrico infantile
molto precoce per ridimensionare e riequilibrare le ansie dei
genitori, prepararli con attenzione alle tappe neuroevolutive dello
sviluppo del bambino, senza rigidità dei tempi stessi delle tappe
dello sviluppo, ma pronti ad intervenire senza perdere tempo quando lo
si ritiene opportuno. I tempi più lunghi del soggetto Down sono nella
conquista delle funzioni corticali superiori (linguaggio,
prassie-movimenti coordinati complessi della motricità fine).
È opportuno della sottoscritta inviare il bambino Down nel secondo
anno di vita, quando lo sviluppo del linguaggio è particolarmente
scarso, ad un valido centro di logopedia per una valutazione della
strutturazione del linguaggio e per insegnare alle madri una
metodologia per favorire la sua comparsa.
Per facilitare i movimenti coordinati e complessi della motricità
fine, di solito basta consigliare alle madri di aiutare meno il
bambino nei gesti della vita quotidiana in modo che il bambino abbia
la necessità di fare qualcosa per ottenere quello che desidera. La
famiglia va quindi aiutata concretamente fin dai primi tempi, con
controlli seriali programmati secondo l'età del bambino e le sue tappe
di sviluppo. La terapia rieducativa, quando è necessaria, va impostata
in tempo.
Fondamentale è l'inserimento sociale: è indispensabile pertanto
l'inserimento nella scuola materna appena possibile, in modo da
integrarlo con i coetanei. La scuola oggi è strutturata come
apprendimento, non come sviluppo della persona; per questa motivazione
a scuola il bambino Down non sempre viene capito nella sua realtà. Vi
è una realtà positiva dei bambini Down che non sempre viene
valorizzata e messa in luce dal lato psicopedagogico; la famiglia
soprattutto in età scolare deve vigilare in modo attento ed
equilibrato su questi aspetti, senza delegare completamente la scuola
e senza colpevolizzare a priori la scuola stessa per gli insuccessi
del bambino. I genitori devono sempre confrontarsi con la massima
collaborazione, reciproca, con i responsabili della scuola. Va tenuto
presente che una relazione affettuosa con il bambino da parte degli
adulti (molto facile da ottenere in genere per la caratteristica di
questi bambini) lo soddisfa sempre, ma è poco costruttiva nei
risultati.
Ricordiamoci che dobbiamo avere come obiettivo da raggiungere la
qualità della vita; per il bambino Down la qualità dello sviluppo
dipende anche dalle comunicazioni che riesce a ricevere in modo
adeguato dal suo ambiente e dal modo come riesce ad adattarsi a quanto
lo circonda. Dal lato cognitivo vi sono grandi difficoltà a livello
dell'intelligenza senso-motoria e simbolica; però vi è una capacità
considerevole in altri settori, come esprimersi bene con i colori e
con la musica, vivere in modo emotivamente intenso ogni rapporto.
L'efficacia degli interventi sul bambino, per essere tale, deve
esplicarsi contemporaneamente su diversi piani: aiuto alla famiglia,
aiuto ad integrarsi con gli altri bambini nella scuola, aiuto al
bambino stesso che gli faciliterà il superamento delle difficoltà
incontrate. Il bambino Down deve essere sempre considerato al pari
degli altri; per questo è fondamentale l'integrazione nel mondo degli
altri bambini e nella scuola dell'obbligo, elementare e media.
All'interno del gruppo dei coetanei il bambino Down utilizza il
modello dell'altro ed attraverso gli scambi con gli altri bambini
percepisce i limiti della propria azione, scopre e sviluppa i diversi
mezzi della comunicazione sociale.
Per poter rendere efficiente l'intervento terapeutico
neuropsichiatrico infantile è indispensabile sensibilizzare la
famiglia fin dai primi mesi di vita del bambino per poterla rendere
attenta in tempo utile ad assicurare un intervento precoce terapeutico
e riabilitativo anche nelle varie patologie malformative talora
associate e nei disturbi del comportamento (disturbi dell'attenzione,
aggressività, disturbi della condotta, sintomi depressivi nella
seconda infanzia) in cui un intervento adeguato e tempestivo blocca
l'insorgere della sintomatologia e la migliora. I disturbi del
comportamento sorgono sovente improvvisamente nella fase
preadolescenziale e si consolidano sovente nell'adolescenza, associati
nella maggior parte dei casi ad una accentuazione dell'oppositivismo e
della
testardaggine.
Per tali motivazioni un controllo periodico, non frequente ma
costante, nell'età adolescenziale permette il confronto tra genitori e
specialista sulla realtà obiettiva del soggetto. Un intervento
tempestivo di psicoterapia consigliato dal neuropsichiatra infantile
favorisce il regredire dei sintomi anomali.
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