EPILESSIA
Il termine 'crisi
epilettica'
descrive una varietà di sintomi neurologici dovuti a una scarica
elettrica anomala, sincronizzata e prolungata di cellule nervose della
corteccia o del tronco cerebrale. Il 5% di tutte le persone ha almeno
una crisi epilettica durante la sua vita, ma non è considerato affetto
da epilessia. La diagnosi di
epilessia
implica una
tendenza a crisi epilettiche ripetute
che si trova nello 0.5% della popolazione. Crisi
epilettiche sono favorite da fattori che aumentano l'eccitabilità
elettrica delle cellule nervose e abbassano la naturale soglia alla
loro scarica spontanea: l'uso o la sospensione improvvisa di certi
farmaci, droghe o alcool; febbre, deficit di sonno, alterazioni degli
elettroliti, e infine fattori genetici e metabolici. Si parla di
epilessia idiopatica o primaria
quando la storia clinica e gli esami diagnostici non
rivelano cause per crisi epilettiche ripetute. Mentre la maggior parte
delle epilessie idiopatiche è infatti dovuta a fattori genetici e
metabolici ancora sconosciuti e si manifesta in età infantile o
adolescente, una grande parte delle
epilessie secondarie
si manifesta dopo i 40 anni. Cause di epilessie
secondarie sono tumori e traumi cerebrali, ischemie o emorragie
cerebrali, la trombosi dei seni cerebrali venosi, malformazioni
vascolari, e malattie infiammatorie del cervello come vasculiti,
meningiti, encefaliti o la sclerosi multipla.
Per la
diagnosi di epilessia
è necessaria un'accurata valutazione dei sintomi e
della storia clinica, che deve possibilmente comprendere anche le
osservazioni dettagliate da parte di terzi, in quanto l'alterazione o
la perdita di coscienza spesso precludono una descrizione dei sintomi
da parte del paziente stesso. L'elettroencefalogramma
(EEG)
rileva l'attività elettrica del cervello ed è
un'analisi fondamentale nella diagnosi dell'epilessia, perché le
alterazioni elettriche, spesso molto indicative, possono essere
presenti anche in assenza dei sintomi. Al di fuori delle crisi
epilettiche, però, le alterazioni elettriche possono mancare, pertanto
un EEG normale registrato al di fuori di una crisi non esclude la
diagnosi di epilessia. Altri esami diagnostici includono la risonanza
magnetica o TAC cerebrale ed esami di laboratorio, e sono indicati per
accertare o escludere cause specifiche.
In base alla sintomatologia clinica e al tracciato EEG delle crisi
epilettiche si distinguono
epilessie generalizzate
(le scariche anomale iniziano contemporaneamente nei
due emisferi cerebrali) ed
epilessie parziali o focali
(le scariche anomale iniziano in una determinata parte
del cervello). Quando le scariche iniziano localmente per poi
diffondersi a tutto il cervello si parla di
epilessia secondariamente generalizzata.
I più frequenti tipi di crisi epilettiche generalizzate e parziali
sono:
Crisi di tipo tonico-clonico ("grande male"):
sono crisi generalizzate che possono avere sintomi premonitori (aura:
irritabilità, ansia, cefalea) e iniziano con perdita della coscienza,
deviazione degli occhi in alto per poi continuare con contrazioni
muscolari generalizzate e simmetriche (fase tonica), che in seguito
sono interrotte da brevi rilassamenti della muscolatura (fase clonica).
L'alternanza tra contrazione e rilassamento dà il tipico aspetto di
scosse muscolari ritmiche ('convulsioni'),
che verso la fine dell'attacco diminuiscono di frequenza. Le crisi
durano in genere meno di un minuto e sono seguite da uno stato
confusionale con stanchezza e dolore muscolare. Quest'ultimo è dovuto
all'intensità delle contrazioni muscolari involontarie, che possono
anche causare ferite (morso della lingua), traumi cranici o fratture
ossee.
Crisi di assenza ("piccolo male"):
sono crisi generalizzate e brevi (meno di 10 secondi) che si
manifestano tipicamente in età infantile e scolastica. Sono
caratterizzate da un improvviso arresto motorio con uno stato di
coscienza apparentemente conservato. Tuttavia, durante le crisi di
assenza, il bambino non è in grado di rispondere e in seguito non
ricorda l'episodio. Possono essere accompagnate da contrazioni
ritmiche della muscolatura mimica o più raramente da altri fenomeni di
tipo tonico o atonico.
Crisi di tipo tonico, atonico o mioclonico:
sono crisi generalizzate di breve durata, con o senza perdita della
coscienza. Si verificano in bambini con sindromi epilettiche o durante
malattie febbrili.
Crisi parziali semplici:
sono crisi focali durante le quali coscienza e memoria sono
conservate. I sintomi sono multiformi perché dipendono dalla
localizzazione cerebrale delle scariche. Se queste avvengono nella
corteccia motoria, i sintomi possono consistere nella rotazione della
testa e degli occhi e in contrazioni muscolari da un lato del corpo.
Altri sintomi sono la sensazione di formicolio o sensazioni di tipo
visivo, uditivo o gustativo anomale. Quando sono coinvolti centri
nervosi autonomi, i sintomi possono essere avvertiti come disagio
nella regione addominale, pallore o sudorazione. Infine, i sintomi
possono essere psichici con sensazioni anomale e improvvise di ansia,
una percezione distorta della propria persona, dell'ambiente e del
tempo, allucinazioni, o la percezione di aver già vissuta o mai
vissuta una particolare situazione ("déjà vu", "jamais vu").
Crisi parziali complesse ('psicomotorie'):
sono crisi focali con alterazione dello stato di coscienza, incapacità
di comunicare ed eliminazione della memoria per il tempo della crisi.
Come nelle crisi parziali semplici, i sintomi dipendono dalla
localizzazione delle scariche, la quale - al contrario di quanto era
suggerito in passato - non è limitata al lobo temporale. Iniziano con
l'arresto improvviso dell'attività corrente e sono spesso
caratterizzati da movimenti automatici ripetuti della bocca o gesti
automatici delle mani, linguaggio automatico e alterato, movimenti
oculari o comportamento anomalo.
Normalmente le crisi epilettiche si risolvono spontaneamente entro
pochi minuti. Quando perdurano o quando si ripetono in modo
ravvicinato si tratta di uno
stato di male epilettico
che rappresenta (soprattutto quando le crisi sono di
tipo convulsivo) un'emergenza medica che richiede terapia immediata.
Stati epilettici protratti possono essere letali perché possono
portare a grave insufficienza respiratoria.
Oltre ad essere suddivise secondo il tipo di crisi, le epilessie
vengono classificate in
sindromi epilettiche,
che raggruppano determinati tipi di crisi con altri aspetti clinici
caratteristici. Le più importanti sindromi sono l'epilessia
del lobo temporale,
l'epilessia
rolandica,
le
epilessie miocloniche
dell'infanzia e dell'età giovanile, l'epilessia
con assenze,
la
sindrome di West
e la
sindrome di Lennox-Gastaut.
La
farmacoterapia
dell'epilessia impiega farmaci antiepilettici, che con
diversi meccanismi stabilizzano le proprietà elettriche della membrana
delle cellule nervose, impedendo così le scariche elettriche
spontanee. Si tratta perciò di una terapia sintomatica che non elimina
la causa dell'epilessia. Tuttavia garantisce una vita normale a molti
pazienti che altrimenti sarebbero gravemente limitati o minacciati da
frequenti crisi epilettiche. La terapia deve tenere conto della
situazione e delle esigenze individuali del paziente e va indicata con
cura, perché è prolungata e con effetti collaterali potenzialmente
gravi, che possono comunque essere minimizzati nella maggior parte dei
casi. In particolare, deve essere probabile o sicura la diagnosi di
epilessia, e deve essere probabile che le crisi epilettiche si
ripetano nel futuro. La terapia, perciò, non si inizia dopo una prima
e singola crisi epilettica o senza che sia accertata una causa
dell'epilessia che renda probabile crisi ripetute. Vanno inoltre
considerate la frequenza delle crisi e la loro gravità clinica,
relazionandole alla situazione personale e professionale del singolo
paziente. Infine, è necessario eliminare fattori di rischio evitabili
come il deficit di sonno o l'abuso di alcool. La scelta del farmaco
deve considerare il tipo di crisi e la sindrome epilettica, la durata
della terapia e i possibili effetti collaterali sempre rispetto alla
situazione del singolo paziente. È importante iniziare con un dosaggio
basso che va gradualmente aumentato per trovare la minima dose
sufficiente a controllare le crisi.
I classici
farmaci antiepilettici
sono
valproato
e
carbamazepina
(che sono spesso i farmaci di prima scelta),
fenitoina
e
fenobarbital.
Da pochi anni è disponibile una serie di farmaci di nuova generazione
(felbamato,
gabapentin,
lamotrigina,
levetiracetam,
oxcarbazepina,
tiagabina,
topiramato,
vigabatrin)
usati per indicazioni particolari o per aumentare l'efficacia della
terapia quando la monoterapia con un antiepilettico classico non
riesce a sopprimere le crisi epilettiche. Studi clinici recenti
indicano che gabapentin, lamotrigina e oxcarbazepina possono essere
usati anche in monoterapia, mentre felbamato e vigabatrin comportano
il rischio di effetti collaterali così seri da restringerne l'uso ad
epilessie resistenti ad altri farmaci e indicazioni pediatriche
particolari. L'uso di
etosuccimide
è ristretto alle crisi di assenza. Per la terapia acuta
di una crisi epilettica sono disponibili
diazepam,
lorazepam,
clonazepam
e fenitoina per via endovenosa o rettale. Farmaci
antiepilettici possono interagire tra di loro e con altri farmaci con
possibile variazione della loro efficacia e tossicità. Per adeguare il
dosaggio dei farmaci e controllare la regolare assunzione è perciò
utile il
monitoraggio delle concentrazioni plasmatiche
che è possibile per i farmaci maggiormente usati. Il
monitoraggio plasmatico tuttavia è uno strumento ausiliare, è più
importante il giudizio clinico che paragona l'efficacia del farmaco
verso i potenziali effetti collaterali.
La
durata della terapia antiepilettica
dipende dal tipo, dalla causa e dalla evoluzione
spontanea dell'epilessia. Generalmente si propone una graduale
riduzione dei farmaci quando per 2-5 anni non si sono più verificate
crisi epilettiche e quando sono assenti o minime le alterazioni
dell'EEG. Nel 80% dei casi le crisi riappaiono entro 6 mesi dopo la
sospensione dei farmaci con la conseguente necessità di riprendere la
terapia. La prognosi è migliore quando le crisi sono infrequenti e
controllate con basse dosi di un farmaco.
Poiché l'epilessia interessa in molti casi l'età riproduttiva, la
gravidanza
pone questioni particolari per la farmacoterapia, in
quanto nessuno dei farmaci è privo di rischio malformativo (teratogeno)
per il feto. Il rischio teratogeno è da confrontare col rischio che
possono comportare le crisi epilettiche per traumi o ischemia del feto
o per l'induzione di aborti spontanei. In casi di crisi infrequenti si
può tentare la sospensione dei farmaci fino al quarto mese di
gravidanza, dopodiché il rischio teratogeno diminuisce molto e la
farmacoterapia può essere ripresa. Con crisi più frequenti è
desiderabile una monoterapia al più basso dosaggio possibile. In ogni
caso vanno evitati valproato e topiramato e va usata cautela generale
con i farmaci di nuova generazione in quanto manca ancora
un'esperienza sufficiente riguardo al loro potenziale teratogeno. La
gravidanza stessa non influisce in modo significativo sul corso
dell'epilessia, può comunque influire sul metabolismo dei farmaci
antiepilettici e richiedere un nuovo dosaggio. Farmaci antiepilettici
sono infine in grado di abbassare l'efficacia dei contraccettivi orali
col rischio di una gravidanza inosservata durante le prime fasi in cui
l'embrione è particolarmente suscettibile all'azione teratogena dei
farmaci.
Circa il 20% delle epilessie non è sufficientemente controllato
nonostante l'impiego di farmaci multipli a dosaggi sufficienti. In
questo caso si propone la
terapia chirurgica
che asporta la regione cerebrale (nella maggior parte
dei casi il lobo temporale medio) in cui originano le crisi
epilettiche. È perciò necessario che questa regione sia ben
identificabile come origine delle crisi epilettiche e che la sua
rimozione non comporti deficit neurologici gravi. La terapia
chirurgica è di successo nel 70-90% dei casi operati e spesso porta a
una guarigione completa. Richiede comunque particolare esperienza sia
nella fase diagnostica sia in quella chirurgica ed è riservata a
centri specializzati.
La
stimolazione del nervo vago
è un approccio terapeutico recente che è indicato in
casi di epilessia farmacoresistente in cui la terapia chirurgica sia
non possibile o controindicata. La sua efficacia è inferiore a quella
della terapia chirurgica ma è stata dimostrata in una serie di studi
clinici. Richiede l'impianto di un elettrostimolatore che viene
collegato con il nervo vago sinistro il quale trasporta le afferenze
sensorie dai visceri al cervello. Per un meccanismo ancora sconosciuto
la modulazione terapeutica della sua attività elettrica influenza
l'attività elettrica cerebrale in modo da rendere il cervello meno
suscettibile alla formazione di focolai epilettici. Come la terapia
chirurgica, la stimolazione del nervo vagale richiede l'assistenza da
parte di centri specializzati.
Le principali attività della ricerca sull'epilessia sono concentrate
sulla scoperta di farmaci ancora più efficaci e sempre meglio
tollerati anche con il mezzo di modelli sperimentali sempre più
raffinati. Inoltre, verranno provati nuovi protocolli di
elettrostimolazione e l'applicazione di farmaci antiepilettici tramite
sonde intracerebrali che rilasciano il farmaco solo nella regione in
cui originano le crisi epilettiche. In tal modo si potrebbe
raggiungere un effetto specifico evitando gli effetti collaterali del
farmaco sul tessuto cerebrale sano.
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