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Rassegna stampa


 

 

Giovedì 12 Maggio 2005

 

 

 

Alzheimer, si può scoprire in anticipo

 

Ricercatori Italia-Usa: imparare a riconoscere i sintomi già a 50-55 anni

 

dal nostro inviato

CARLA MASSI

MIAMI Le chiavi dimenticate in macchina, i buchi di memoria improvvisi, la difficoltà a ricordare fatti importanti della propria vita, la confusione mentale. Un elenco, ma potrebbe essere più lungo, di piccoli eventi quotidiani, di flash che ostacolano anche per un breve lasso di tempo la giornata. Ma che segnalano inequivocalmente, se ripetuti, che qualcosa nel cervello sta cambiando. Non si tratta di fisiologico invecchiamento ma di una degenerazione che, nel tempo, oltre i 70 anni potrebbe diventare vera demenza, morbo di Alzheimer. Questo significa che si deve cominciare a fare attenzione ai segnali che oggi, dai 55-65 anni, si bollano come “normali danni della vecchiaia che avanza”.
Ma non è così, o non è solo così. Lo confermano i neurologi italiani e americani che in questi giorni si confrontano all’Università di Miami in occasione del Congresso medico italo-panamericano organizzato dal Consolato generale d’Italia con la nostra ambasciata a Washington, l’Università di Miami, la Camera di commercio Italia-Usa. Il titolo: “Progetto Florida”. Che ha portato qui i nostri migliori ricercatori che lavorano in patria insieme a ricercatori e clinici italiani che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Ovviamente oltre a scienziati americani.
Invecchiamento e riabilitazione post-trauma (paralisi) al primo posto per i neurologi. Con particolare riferimento a quelle malattie, le demenze, che sono diventate lo spettro della vecchiaia. Di qui, l’importanza, per la ricerca, di individuare l’esatto momento in cui tutto questo comincia. Che vuol dire imparare a riconoscere da soli i sintomi ancor prima che se ne accorga un parente e chieda aiuto al medico. Oggi si arriva alla diagnosi di Alzheimer o malattie similari quando è troppo tardi. La colpa non è di nessuno, sia chiaro. Farmaci e sistemi di prevenzione non esistono. Per questo i ricercatori stanno iniziando a studiare che cosa accade nei 5-10 anni prima dei segni più eclatanti. Analizzando lo “stress ossidativo” della struttura portante dell’organismo. Alcuni ricercatori del Dipartimento di neuroscienze della facoltà di medicina di Pisa sono stati chiamati per parlare su un progetto mirato: a breve, 30 pazienti (15 identificati con MCI, cioè in situazione a rischio demenza e 15 già con Alzheimer conclamato nella prima fase) saranno sottoposti per 24 mesi a terapia antiossidante a base di Ergotioneina, estratta dalla papaya. Sostanza, che dovrebbe proteggere le cellule neuronali e ritardare l’eventuale degenerazione. Per la prima volta si parla di precoce identificazione dell’Alzheimer.
«Ma, per arrivare a fare questo spiega Gabriele Siciliano, associato di neurologia all’Università di Pisa oltre al lavoro in laboratorio abbiamo bisogno della partecipazione dei pazienti. Deve diffondersi la consapevolezza che le persone, dopo i 50-55 anni, devono fare sempre maggiore attenzione ad alcune difficoltà e parlarne con il medico senza vergogna». Per l’analisi dei fattori di rischio si utilizzano quiz mirati sulla memoria: domande di vario tipo, ripetizioni di numeri, disegni. Ma anche test sul sangue per individuare il valore di una proteina, l’APOE, importante nel trasporto del colesterolo. Oltre alla PET e alla SPECT. «Lo stress da ossidazione commenta Lucia Migliore docente di genetica all’Università di Pisa che lavora sulla materia e qui ha tenuto una relazione si rileva anche da un’analisi dei globuli bianchi. Si studiano dei bio-marcatori per quantificare i danni ossidativi da invecchiamento». Per ora, la medicina ha poco da offrire per evitare il dolore delle demenze senili ma, dall’Italia e dagli Usa, si chiede ai pazienti di parlare, confessare i primi disturbi di memoria e di confusione.

 

 

Ultimo aggiornamento: mercoledì 25 gennaio 2006