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Rassegna stampa
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Alzheimer, si può scoprire in anticipo |
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Ricercatori
Italia-Usa: imparare a riconoscere i sintomi già a 50-55 anni
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dal nostro inviato
CARLA MASSI
MIAMI Le chiavi dimenticate in macchina, i buchi di memoria
improvvisi, la difficoltà a ricordare fatti importanti della propria
vita, la confusione mentale. Un elenco, ma potrebbe essere più
lungo, di piccoli eventi quotidiani, di flash che ostacolano anche
per un breve lasso di tempo la giornata. Ma che segnalano
inequivocalmente, se ripetuti, che qualcosa nel cervello sta
cambiando. Non si tratta di fisiologico invecchiamento ma di una
degenerazione che, nel tempo, oltre i 70 anni potrebbe diventare
vera demenza, morbo di Alzheimer. Questo significa che si deve
cominciare a fare attenzione ai segnali che oggi, dai 55-65 anni, si
bollano come “normali danni della vecchiaia che avanza”.
Ma non è così, o non è solo così. Lo confermano i neurologi italiani
e americani che in questi giorni si confrontano all’Università di
Miami in occasione del Congresso medico italo-panamericano
organizzato dal Consolato generale d’Italia con la nostra ambasciata
a Washington, l’Università di Miami, la Camera di commercio
Italia-Usa. Il titolo: “Progetto Florida”. Che ha portato qui i
nostri migliori ricercatori che lavorano in patria insieme a
ricercatori e clinici italiani che vivono e lavorano negli Stati
Uniti. Ovviamente oltre a scienziati americani.
Invecchiamento e riabilitazione post-trauma (paralisi) al primo
posto per i neurologi. Con particolare riferimento a quelle
malattie, le demenze, che sono diventate lo spettro della vecchiaia.
Di qui, l’importanza, per la ricerca, di individuare l’esatto
momento in cui tutto questo comincia. Che vuol dire imparare a
riconoscere da soli i sintomi ancor prima che se ne accorga un
parente e chieda aiuto al medico. Oggi si arriva alla diagnosi di
Alzheimer o malattie similari quando è troppo tardi. La colpa non è
di nessuno, sia chiaro. Farmaci e sistemi di prevenzione non
esistono. Per questo i ricercatori stanno iniziando a studiare che
cosa accade nei 5-10 anni prima dei segni più eclatanti. Analizzando
lo “stress ossidativo” della struttura portante dell’organismo.
Alcuni ricercatori del Dipartimento di neuroscienze della facoltà di
medicina di Pisa sono stati chiamati per parlare su un progetto
mirato: a breve, 30 pazienti (15 identificati con MCI, cioè in
situazione a rischio demenza e 15 già con Alzheimer conclamato nella
prima fase) saranno sottoposti per 24 mesi a terapia antiossidante a
base di Ergotioneina, estratta dalla papaya. Sostanza, che dovrebbe
proteggere le cellule neuronali e ritardare l’eventuale
degenerazione. Per la prima volta si parla di precoce
identificazione dell’Alzheimer.
«Ma, per arrivare a fare questo spiega Gabriele Siciliano, associato
di neurologia all’Università di Pisa oltre al lavoro in laboratorio
abbiamo bisogno della partecipazione dei pazienti. Deve diffondersi
la consapevolezza che le persone, dopo i 50-55 anni, devono fare
sempre maggiore attenzione ad alcune difficoltà e parlarne con il
medico senza vergogna». Per l’analisi dei fattori di rischio si
utilizzano quiz mirati sulla memoria: domande di vario tipo,
ripetizioni di numeri, disegni. Ma anche test sul sangue per
individuare il valore di una proteina, l’APOE, importante nel
trasporto del colesterolo. Oltre alla PET e alla SPECT. «Lo stress
da ossidazione commenta Lucia Migliore docente di genetica
all’Università di Pisa che lavora sulla materia e qui ha tenuto una
relazione si rileva anche da un’analisi dei globuli bianchi. Si
studiano dei bio-marcatori per quantificare i danni ossidativi da
invecchiamento». Per ora, la medicina ha poco da offrire per evitare
il dolore delle demenze senili ma, dall’Italia e dagli Usa, si
chiede ai pazienti di parlare, confessare i primi disturbi di
memoria e di confusione. |
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