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Rassegna Stampa
Gennaio 2006
LA NASCITA DI UN FIGLIO DISABILE
Ecco i risultati di una ricerca dell'IRCSS Medea.
L'esperienza di avere un figlio è già di per
sé un elemento che altera gli equilibri presenti in una coppia e in una
famiglia.
Oggi poi la procreazione non rappresenta più un destino biologico, ma è il
risultato di una scelta, in genere condivisa, e di un desiderio di
autorealizzazione di entrambi i componenti della coppia.
Intorno alla procreazione ruotano quindi molteplici fantasie e bisogni: il
desiderio di prolungare la propria vita nel figlio, la speranza di un
miglioramento della relazione con il partner, la voglia di trasmettere,
oltre all'eredità biologica, anche la propria identità culturale.
Tuttavia, tali fantasie spesso vengono disattese quando nasce un figlio
con disabilità.
La scelta di avere messo al mondo un figlio diventa in questo caso un
fattore critico.
La relazione di coppia viene messa a dura prova.
Spesso sorgono conflitti che compromettono la soddisfazione coniugale,
amplificano un disagio preesistente o esitano in una separazione.
Quando accadono eventi improvvisi, traumatici e "catastrofici", anche i
sistemi familiari che sarebbero stati in grado di reagire e gestire in
modo adeguato i normali cambiamenti del ciclo vitale, possono esserne
sconvolti.
Ma è sempre così?
Il Servizio di Psicologia della famiglia dell' "IRCCS" Eugenio
Medea ha monitorato le diverse reazioni della persona, della
coppia e della famiglia alla nascita di un figlio disabile.
Quali conseguenze ha sulle relazioni familiari la diagnosi di malattia
genetica?
Esistono differenze nelle relazioni familiari tra le famiglie con figlio
disabile rispetto a famiglie con figli sani?
Come reagiscono i genitori di bimbi con patologia rara rispetto a quelli
di bimbi con paralisi cerebrale infantile?
I risultati sono interessanti e dipendono in larga misura dal tipo di
disabilità del bambino.
Si sono riscontrate differenze notevoli tra le coppie con un figlio con
patologia rara (presente quindi fin dalla nascita) rispetto a quelle con
bimbi con paralisi cerebrale infantile (patologia intervenuta su bimbi
nati sani).
Nei genitori con figlio con paralisi cerebrale infantile predomina una
modalità di reazione centrata maggiormente sull'emotività e meno sulla
razionalità.
Questi genitori sono più "arrabbiati", come se il "danno" ricevuto avesse
un colpevole e fosse evitabile. Spesso, purtroppo, è così: la paralisi
cerebrale infantile, infatti, insorge in seguito a complicanze avvenute
durante il parto, complicanze che il più delle volte avrebbero potuto
essere
evitate.
E' quindi la percezione del sopruso, ancorché involontario, a scatenare il
risentimento.
E' la prevaricazione dell'uomo sull'uomo la ferita che sconvolge gli
equilibri.
Funziona così in molti campi della vita sociale. Anche nella famiglia.
Quando il dolore quindi diventa tragedia?
Quando è frutto di prevaricazione, negligenza o disattenzione.
Diversa è la situazione per le coppie con figlio con malattia
rara.
Questi genitori, non potendo imputare ad altri la "colpa" di quanto è
avvenuto, riescono ad accettare l'evento, a "farsene una ragione".
Sviluppano addirittura una componente relazionale migliore delle coppie
con figli sani: si è evidenziata nei primi una maggiore capacità di
perdonare gli errori reciproci e di esprimere al partner i propri
sentimenti.
Anche il clima familiare è meno conflittuale nelle famiglie con un figlio
con disabilità genetica rispetto alle famiglie con figli sani.
Come mai?
La persona umana e la famiglia, se aiutati a comprendere, sviluppano
capacità impreviste.
Alcune persone riescono addirittura dalla tragedia della nascita di un
figlio menomato a trovare la forza per una crescita a un più alto livello
di maturazione.
La diagnosi certa, dopo un inevitabile periodo di scoramento, mette la
coppia in grado di resettarsi, di trovare un nuovo equilibrio.
L'indeterminatezza invece conferisce un'ulteriore precarietà alla
famiglia.
Questo dato ha delle implicazioni di notevole importanza pratica: attesta
l'urgenza di una rete di centri specialistici che faccia fronte alla
richiesta di diagnosi certe e che aiuti la famiglia nel difficile percorso
di cura.
La ricerca
Famiglie con un figlio con sindrome malformativa: impatto della
diagnosi genetica sul genitore, la coppia e le relazioni familiari.
La disabilità a trasmissione genetica sfida la famiglia a tre livelli:
- cognitivo, richiedendo ai familiari la capacità di comprendere
l'eziologia, la prognosi e le complicanze;
- emozionale, inducendo il confronto con la nuova drammatica realtà e
determinando continue preoccupazioni e incertezze collegate al timore di
possibili peggioramenti;
- comportamentale, in quanto obbliga tutti i membri della famiglia a
integrare nello stile di vita familiare le visite, gli orari, le cure
spesso prolungate del soggetto malato.
Si possono riconoscere diverse modalità di investimento, soprattutto da
parte dei genitori, nei confronti della persona affetta da disabilità:
- un investimento "riuscito", in cui si è trovato un equilibrio tra
tendenze empatiche e operative;
- un investimento "operativo", sbilanciato verso il fare piuttosto che il
capire e il sentire;
- un investimento "empatico", sbilanciato cioè verso un'eccessiva
risonanza affettiva che paralizza ogni azione riparativa;
- un disinvestimento, un'incapacità cioè di utilizzare entrambi i canali,
empatico e operativo.
Nelle madri sembra predominare la modalità di tipo operativo, mentre nei
padri quella del disinvestimento.
Il campione
Per la realizzazione della ricerca si sono considerati due campioni
sperimentali:
- uno costituito da coppie di coniugi con un figlio di età compresa tra 1
e 16 anni con diagnosi certa di disabilità genetica e con ritardo mentale;
- l'altro costituito da coppie con un figlio di età compresa tra 1 e 16
anni affetto da disabilità di origine non genetica e con ritardo mentale
(paralisi cerebrale infantile) e un campione di controllo costituito da
coppie di coniugi con figli sani di cui almeno 1 di età compresa tra 1 e
16 anni.
Tali campioni sono stati appaiati secondo una modalità caso-controllo in
modo che differissero solo per:
1. Presenza/assenza di disabilità
2. Tipo di disabilità: genetica versus non genetica
Gli obiettivi
Come già detto, i contraccolpi di una diagnosi genetica non si evidenziano
solo a livello personale, ma mettono a dura prova anche la relazione di
coppia.
La ricerca si è proposta di:
1. identificare specificità nelle reazioni dei genitori e nelle relazioni
familiari in nuclei con un figlio con malattia genetica rispetto a nuclei
con un figlio con paralisi cerebrale infantile
2. rilevare gli effetti della comunicazione della diagnosi di tipo
genetico sul singolo genitore e sulle relazioni familiari, con particolare
attenzione alla relazione di coppia.
I risultati
I dati raccolti hanno evidenziato la presenza di differenze
statisticamente rilevanti nei tre campioni, sia per quanto riguarda la
personalità, sia per quanto riguarda le variabili relazionali.
Personalità
Le coppie con un figlio con malattia genetica tendono a reagire agli
eventi con una modalità di risposta centrata sulla razionalità più delle
coppie del gruppo di controllo.
Adottano in misura minore una risposta centrata sull'emotività rispetto ai
genitori di bambini con paralisi cerebrale infantile.
Inoltre è emerso, nelle coppie con un figlio con malattia genetica, il
ruolo fondamentale della razionalità mentre, nel campione di coppie con un
figlio con paralisi cerebrale infantile, è emersa la presenza di
un'emotività meno controllata.
Variabili relazionali
La ricerca ha evidenziato una maggiore capacità di esprimere al
partner i propri sentimenti e una maggiore capacità di perdonare gli
errori reciproci da parte dei genitori con un figlio con malattia genetica
rispetto ai genitori del gruppo di controllo.
Per quanto riguarda il clima familiare è emersa la presenza di un clima
meno conflittuale nelle famiglie con figlio con disabilità genetica
rispetto alle famiglie del gruppo di controllo.
"Le differenze dipendono dal tipo di disabilità del figlio"
Parla la Dott.ssa Eleonora Maino, responsabile
del progetto di ricerca.
1. La diagnosi di malattia rara è un evento che sconvolge gli
equilibri familiari. Come reagiscono i genitori ad un simile annuncio?
Non solo la diagnosi di malattia rara, ma un qualsiasi tipo di
diagnosi che evidenzi a carico di un figlio una patologia cronica, è per i
genitori e per tutta la famiglia un'esperienza carica di dolore.
Come scrive Negrin Saviolo, " i vissuti implicati in famiglie che
presentano problemi di ereditarietà sono ad alta emotività e investono
ciascun membro del nucleo familiare nelle parti più profonde della propria
identità, quelle rappresentate dal suo patrimonio genetico.
I geni guidano tutti i processi fisiologici e biochimici della vita e
rendono la persona sana e funzionante: se non funzionano bene, l'intera
persona è sentita come difettosa".
Tali questioni si amplificano nel momento in cui ci si sente responsabili
per la disabilità del proprio figlio e può succedere che dopo un'iniziale
fase di shock e di incredulità, si passi ad una fase in cui emergono
vissuti di rabbia, vergogna, ansia, spesso mescolati a senso di
inadeguatezza e di colpa, dove l'aspetto più doloroso è il constatare che,
in qualche misura, si è implicati nella malattia del figlio. Talora anche
la relazione di coppia e le relazioni familiari vengono messe a dura prova
e si può anche
assistere allo scioglimento dei legami familiari.
Molte volte, invece, i genitori, soprattutto se accompagnati in questo
processo di adattamento,
riescono a trovare le risorse necessarie per riorganizzare le proprie
relazioni familiari salvaguardando il benessere di ciascun componente
della famiglia.
2. Ci sono differenze nelle reazioni tra padri e madri?
E' molto difficile dare una risposta univoca. Spesso le madri stabiliscono
un rapporto molto stretto con il figlio disabile, all'interno del quale,
in modo quasi esclusivo, gestiscono le cure e gli accudimenti necessari al
bambino.
Sovente tale rapporto è così stretto che le mamme faticano poi a
ritagliarsi spazi propri e a concedersi di assumere anche altri ruoli
oltre a quello materno.
I padri spesso sembrano più sbilanciati verso l'esterno della famiglia,
sono più coinvolti nel lavoro e più preoccupati degli aspetti connessi al
sostentamento della famiglia e al garantire al figlio disabile un'adeguata
assistenza non solo per il presente, ma anche per il futuro.
Dalla ricerca effettuata emerge inoltre un maggior bisogno da parte delle
mogli di condividere con i mariti i propri vissuti emotivi, mentre gli
uomini sembrano più sbilanciati su di un versante più razionale.
In ogni caso, almeno a partire dai risultati della ricerca, sembrerebbe
che questo non precluda ad entrambi i partner di sostenersi e, pur nelle
specificità di ognuno, di avere momenti di sostegno e consolazione
reciproca.
3. E i fratelli?
Le ricerche concordano nel ritenere che avere un fratello con disabilità
rappresenta un evento "eccezionale", imprevisto e non voluto, che
influenza profondamente non solo la relazione tra fratelli, ma anche lo
sviluppo psicologico del fratello sano.
Tuttavia le conclusioni sono spesso contrastanti: da un lato diversi studi
suggeriscono che alcuni dei fratelli sani di soggetti disabili sono a
rischio di disadattamento e di sofferenza psicologica, dall'altro alcune
ricerche non confermano in modo univoco la presenza e l'entità di tali
rischi, sottolineando, al contrario, anche effetti più complessi, non
privi di componenti maturative.
In effetti, una precedente ricerca effettuata presso il Servizio di
Psicologia della Famiglia dell'IRCCS "E.Medea", centrata in particolar
modo sulle relazioni tra fratelli in famiglie con un figlio disabile,
aveva evidenziato da un lato, la presenza di tali componenti maturative e
adattative da parte dei fratelli sani, dall'altro la capacità da parte dei
genitori di assumersi in pieno la responsabilità della cura del figlio
disabile, aiutando al contempo i fratelli sani ad assolvere al meglio i
loro compiti evolutivi.
4. Come va comunicata la diagnosi? Va detto tutto e subito o si
devono usare certe cautele?
La questione della comunicazione della diagnosi è molto delicata. Si
tratta di un ambito in cui entrano in gioco diversi aspetti inerenti "cosa
dire", "quando", "come", "a chi" e, infine, "da parte di chi".
Avere una diagnosi significa per i genitori farsi una ragione del perché
il proprio figlio presenti una determinata patologia, in molti casi
significa poter prevedere come la malattia evolverà, significa riuscire a
stabilire quali sono i percorsi d'aiuto più funzionali e anche poter
identificare con maggiore precisione limiti e risorse del proprio figlio.
Inoltre, se la diagnosi viene data dopo svariate peregrinazioni da uno
specialista all'altro, i genitori possono viverla anche come un sollievo,
come possibilità per riorientare le loro risorse.
Ma tutto questo non basta.
Comunicare una diagnosi, soprattutto se è effettuata precocemente, al
momento della nascita, implica non solo fornire nel modo più chiaro
possibile dei concetti sulla patologia, ma significa anche prestare
attenzione al fatto che i genitori sono alle prese con un momento della
vita intensamente drammatico.
In questo senso sarebbe importante gestire la comunicazione della diagnosi
non come unico momento, ma come processo che coinvolga più figure
professionali che sappiano da un lato fornire informazioni mediche chiare
e specifiche e dall'altro garantire un accompagnamento e un sostegno ai
genitori.
Occorre inoltre sottolineare l'importanza del comunicare la diagnosi ad
entrambi i genitori congiuntamente, modalità non sempre usuale nella
prassi medica.
Comunicare la diagnosi ad uno solo dei genitori significa, infatti, da un
lato lasciarlo solo in preda al suo dolore, dall'altro lasciargli l'onere
di dover comunicare la notizia drammatica all'altro.
Inoltre, seppur in seconda battuta, anche gli eventuali fratelli sani del
bambino disabile, trovando un modo adeguato all'età, alle capacità e al
ruolo da loro rivestito, devono essere messi a conoscenza delle difficoltà
del fratello e aiutati a comprenderle.
5. Di quale tipo di supporto hanno bisogno queste famiglie?
Si possono ipotizzare tre diverse fasi del processo di adattamento al
figlio disabile.
Nella prima fase, che coincide con il disorientamento e lo shock per la
nascita del bambino con malattia genetica, occorre aiutare i genitori a
sostenersi reciprocamente e a condividere il loro dolore, dando ad esso un
tempo e uno spazio in cui poter essere elaborato.
In una seconda fase, che coincide con il superamento dello shock iniziale
e, talora, con la comparsa di forti sentimenti di negazione della realtà,
occorre aiutare i genitori a costruirsi un'immagine il più possibile
realistica del proprio bambino, delle sue risorse e dei suoi limiti.
In una terza fase occorre guidare i genitori nella costruzione del
progetto riabilitativo del bambino, in cui essi devono sentirsi
protagonisti.
La disabilità del bambino, pur essendo un "vincolo", non necessariamente
deve rappresentare anche un limite per l'evoluzione positiva della
famiglia.
Infatti, nella maggior parte dei casi, i genitori di questi bambini,
soprattutto se aiutati precocemente con interventi appropriati, sono
capaci di attivare le loro risorse al fine di riorganizzarsi e adattarsi
alla nuova realtà, diventando essi stessi la pietra angolare su cui
poggiare la rete degli interventi specifici e specialistici.
6. Dai risultati della ricerca emerge che in alcune famiglie
con figlio malattia rara le relazioni sono migliori che nelle famiglie con
figlio sano. Come se lo spiega?
Avere un figlio con malattia rara, è un evento "eccezionale" e si
inserisce in una struttura familiare che non ha nulla di specifico che la
contraddistingua da altre realtà familiari.
Certo, la nascita di un bambino con sindrome rara è per la famiglia un
evento traumatico, provoca turbamento e disequilibrio, sovente
contribuisce a modificare le relazioni tra i membri del nucleo familiare.
In ciascun familiare emergono priorità e valori che aiutano a dare un
senso a quanto accaduto, a convivere anche con una prospettiva di limite,
sacrificio e impegno, modus vivendi che, a volte, è sconosciuto dalle
famiglie che non si trovano ad affrontare problematiche così dolorose.
In questo senso, tra i risultati più interessanti della ricerca emerge il
fatto che le coppie del campione senza un figlio disabile hanno una minore
capacità di essere intimi e presenti l'uno all'altro, tanto che la
principale caratteristica costitutiva dell'intimità, ossia la capacità di
condividere il dolore, non rappresenta un fattore che unisce, come nelle
famiglie con un figlio disabile, ma eventualità che spaventa e dalla quale
si tende a difendersi.
7. Avere un figlio disabile può causare la rottura di una
coppia?
Capita che gli operatori che seguono la nascita di un figlio con un
difetto genetico registrino nella coppia dei genitori un incremento della
conflittualità che porta ad una compromissione della soddisfazione
coniugale, ad amplificare un disagio preesistente o addirittura alla
rottura del rapporto. In ogni caso non c'è un rapporto causa-effetto tra
l'avere un figlio disabile e la rottura di un rapporto. Ci sono molti
altri fattori che entrano in gioco.
Possono essere fattori legati alla personalità di ognuno, al grado di
soddisfazione del rapporto percepito prima dell'evento traumatico, al
supporto trovato nella cerchia sociale o familiare ecc.
Dai risultati della ricerca emerge che i genitori con un figlio con
sindrome rara hanno un rapporto di coppia piuttosto stabile e supportato
da un grado di intimità qualitativamente diverso e addirittura più
profondo rispetto ai genitori del campione di controllo.
In particolare, emerge una maggiore capacità di esprimere e condividere
con il partner valori, difficoltà e sofferenze, associata ad una maggiore
capacità di perdono reciproco.
Un altro risultato interessante è dato dal fatto che il principale fattore
protettivo per la stabilità del rapporto risulta essere la capacità di
valorizzare le potenzialità l'uno dell'altra, come se fosse necessario,
per contrastare il fatto di essere direttamente implicati nella patologia
del figlio, riuscire a scoprire nell'altro più le sue qualità che non i
suoi limiti.
I risultati ottenuti ci danno comunque utili indicazioni per l'intervento:
ad esempio, sapere che, in coppie con un figlio con sindrome malformativa,
la valorizzazione reciproca delle qualità e delle potenzialità di ciascuno
è un importante fattore protettivo per la stabilità del rapporto può
essere
d'aiuto soprattutto con le coppie che stanno ancora facendo fatica.
8. Quali differenze ci sono tra genitori con un figlio con
malattia rara e i genitori con un figlio con paralisi cerebrale infantile?
Le differenze sono connesse proprio al tipo di patologia cui è affetto
il figlio.
I genitori con un figlio con sindrome malformativa tendono a reagire agli
eventi utilizzando una modalità di risposta maggiormente centrata sul
pensiero e sulla razionalità; al contrario i genitori di bambini con
paralisi cerebrale infantile tendono ad adottare una modalità di risposta
più centrata sul sentire e sull'emotività.
Del resto una diagnosi di tipo genetico mette molto alla prova componenti
razionali della persona, in quanto comporta sollecitazioni a comprendere e
integrare informazioni sulla salute, sulla genetica, su leggi, concetti e
calcoli probabilistici non usuali, e comporta forti sollecitazioni
nell'imparare a gestire, con poche possibilità di confronto, aspetti
inerenti la cura di patologie rare e spesso complesse.
Al contrario, avere un bambino con paralisi cerebrale infantile sollecita
di più le componenti emotive legate al fatto che la patologia del bambino
è del tutto inaspettata e imprevedibile.
Infatti, questi genitori si trovano ad investire su di un bambino il più
delle volte sano per tutto il decorso della gravidanza e poi nato, in
seguito ad eventi del tutto fortuiti e accidentali, con una
disabilità.
Alla luce di queste considerazioni si comprende anche perché i risultati
della ricerca evidenziano come il principale fattore protettivo per la
stabilità del rapporto in coppie con un figlio con paralisi cerebrale
infantile sia la capacità di condividere i dolori e il principale fattore
protettivo per la stabilità del rapporto in famiglie con un figlio con
sindrome malformativa sia rappresentato dalla capacità di valorizzare le
potenzialità l'uno dell'altra.
Quale aiuto alla famiglia?
"Un figlio disabile non vuol dire una famiglia disabile" - parla il
Dottor Massimo Molteni, Neurospichiatra Infantile,
Responsabile del settore di ricerca di psicopatologia dell'età evolutiva
dell'Istituto Scientifico Eugenio Medea
Quali problemi devono affrontare i genitori con un bimbo
disabile con malattia genetica?
Di fronte alla disabilità il genitore si chiede prima di tutto perché e
cos'è.
Il perché interroga il loro senso del vivere.
Il cos'è è rivolto invece agli esperti, alle strutture sanitarie che
devono o dovrebbero dare risposte attendibili e credibili, avere cioè
professionalità e autorevolezza.
Spesso ciò non capita: così, anche se sembra assurdo, il problema maggiore
per questi genitori è riuscire ad avere una diagnosi.
Avere una diagnosi sicura significa a volte aspettare alcuni anni, in un
rimpallo continuo da una struttura all'altra, senza sapere dove andare e a
chi riferirsi.
Ma il vero aspetto drammatico è che in questa difficile situazione i
genitori sono spesso soli: soli di fronte alle domande della quotidianità
del loro bimbo che cresce, lo svezzamento, le prime parole, i giochi,
l'inserimento nella scuola, le relazioni sociali.
Nella maggior parte dei casi è assente un programma di aiuto psicologico e
educativo ai genitori, un
piano di sostegno relazionale alla famiglia che indichi come sviluppare le
risorse di auto-aiuto nella coppia e con la rete parentale e amicale.
La famiglia è o non è la prima risorsa del proprio figlio?
La situazione non è certo delle più rosee.
Quali sono invece i problemi legati alla cura?
La difficoltà di arrivare in tempi rapidi alla definizione della diagnosi
induce i familiari a ricercare ripetute consulenze, in attesa di prognosi
certe e terapie curative.
Del resto la difficoltà della diagnosi assommata alla rarità della
patologia rendono l'offerta di centri specializzati sempre più
difficoltosa, per intuibili difficoltà anche di tipo finanziario: creare
competenze sulle patologie rare è un investimento costoso che in genere
non è finanziato dal sistema sanitario nazionale o regionale.
Questa incertezza e l'evidenza del problema, in genere grave, induce nei
genitori uno stato di ulteriore angoscia per l'evoluzione futura del
bambino.
Inoltre, le ripetute ospedalizzazioni rischiano di creare squilibri nel
contesto famigliare.
In questa situazione è "quasi eroico" riuscire a mantenere da soli una
dinamica relazionale familiare equilibrata.
Inoltre, le patologie genetiche neuropsichiche non hanno la possibilità di
avere una "cura" risolutiva: solo una presa in carico clinica e
riabilitativa può contribuire a migliorare l'evoluzione del minore e della
sua famiglia.
Ma anche in questo campo poche sono le certezze e le evidenze
scientifiche, e molta la confusione tra aiuti "sociali" e interventi
specialistici, psicologici o riabilitativi.
E poi, come conciliare le esigenze dei genitori, le loro legittime
prerogative e attese a tutela del loro figlio e le esigenze di interventi
validi e veramente efficaci?
Spesso i genitori temono di essere abbandonati e cercano con ansia
interventi diretti sul proprio figlio, continui e reiterati, anche quando
servirebbe un supporto di natura sanitaria totalmente diverso.
Purtroppo gli aspetti normativi che regolano la possibilità di
intervenire, creano involontari ostacoli al lavoro con queste famiglie.
Cosa fa la Regione Lombardia per le malattie rare?
La Regione Lombardia ha recentemente individuato presidi di eccellenza per
la prevenzione , la diagnosi e la terapia delle malattie rare, affidando
loro anche il compito del monitoraggio di tipo epidemiologico: questi
presidi devono assicurare un approccio clinico, diagnostico e terapeutico
di tipo multidiciplinare, con la disponibilità di servizi e strutture di
supporto (diagnostica, laboratorio, genetica, etc..).
Il Presidio dovrebbe farsi carico, oltre che della patologia, del percorso
riabilitativo del paziente nel suo insieme, considerando anche le
implicazioni psicologiche e familiari.
Ma temo che ciò non sarà possibile, perché la competenza riabilitativa e
di presa in carico della famiglia necessita di investimenti e di know-how
tecnico non meno importante di quello genetico o biologico: investimenti e
competenze non proprio diffuse nel panorama sanitario, che pure è ricco di
risorse tecnologiche di eccellenza.
E l'IRCCS "Eugenio Medea"?
Il nostro è un Istituto di ricerca a carattere clinico di assoluta
eccellenza che si occupa da tempo proprio della riabilitazione e della
gestione delle problematiche familiari e psicologiche, senza disdegnare
l'aspetto di diagnosi clinica d'avanguardia.
Abbiamo tecnologie e competenze di tutto rispetto anche nel campo della
biologia molecolare e della genetica delle principali malattie genetiche
che colpiscono l'evoluzione neuropsichica del bambino.
Purtroppo, la regione Lombardia si è "dimenticata" di noi, non
menzionandoci tra le strutture con competenza specifica: sicuramente una
dimenticanza involontaria, a cui la regione porrà sicuramente rimedio
perché da sempre abbiamo la stima dei suoi dirigenti.
E' proprio sulla famiglia, su queste particolari famiglie, il nostro
Istituto di ricerca ha molto da dire, perché ha maturato, per una serie di
"fortuite" coincidenze, una competenza unica: studiamo la famiglia con la
stessa intensità scientifica dei più famosi centri di ricerca (e i
rapporti anche internazionali lo testimoniano) e abbiamo la possibilità di
avere in cura molte patologie rare anche su base genetica: ci troviamo
così sulla convergenza di due saperi specifici, di tipo sanitario
specialistico e di tipo psicologico specifico. Non penso ci siano molte
strutture in Europa con tali opportunità
Come affrontate il problema delle famiglie?
La famiglia è l'ambito principale dove avvengono i processi di
sviluppo dell'individuo.
Noi studiamo lo stato funzionale delle famiglie di soggetti disabili, con
particolare attenzione alle diverse tappe del ciclo familiare e alla
relazione fraterna.
Il nostro scopo è quello di mettere a punto strumenti di valutazione che
consentano di descrivere i fattori che determinano le dinamiche familiari,
così da individuare elementi di forza su cui definire percorsi di
intervento.
A questo proposito vorrei sottolineare che nel nostro Istituto la ricerca
non è mai fine a se stessa, ma è sempre applicata alla clinica: nello
specifico del mio settore, la psicopatologia dello sviluppo, le ricerche
hanno lo scopo primario di fornire una "mappa" che consenta di migliorare
sempre i tipi di intervento che servono per il bambino e la sua famiglia.
E' grande lo sconvolgimento degli equilibri che segue all'annuncio della
nascita di un figlio disabile, ma un figlio disabile non vuol dire una
famiglia disabile: sarebbe irresponsabile lasciare i genitori soli nel
difficile compito che li aspetta.
E' ormai ultimato e sperimentato su un vasto campione un modello di
valutazione delle famiglie che consente di offrire un percorso di aiuto,
se necessario, secondo modalità ben precise e individualizzato nelle varie
tappe del ciclo di vita della famiglia.
Sogno di poter offrire con le tecniche che stiamo mettendo a punto la
possibilità anche a questi genitori di poter essere una famiglia
"naturalmente normale"
Parafrasando Brecht, "povera quella società che costringe all'eroismo per
vivere la quotidianità".
Santità e eroismo sono libere categorie dello spirito, non "necessità" per
sopravvivere..
Quando la famiglia funziona: Stefano e Loretta raccontano la
loro vita di genitori con un figlio disabile
Stefano e Loretta hanno due bambini, Alessandro di undici anni e
Alberto, che ha otto anni ed è affetto da una malattia rara, la
Sindrome di Costello.
La malattia è stata diagnosticata quando è nato, anche se già dalle
ecografie risultavano dei problemi.
L'incipit di questa storia si presterebbe ad uno dei tanti programmi tv
del dolore.
Famiglia serena, sconvolta dalla nascita di un figlio disabile, disperata
per il futuro... E invece non è andata così.
Stefano: Facciamo parte di un'associazione di
familiari, sono anche andato ad un convegno negli Stati Uniti, a
Birmingham in Alabama, c'erano australiani, diversi americani, di europei
c'ero solo io. Alcuni genitori hanno portato anche i ragazzi.
I tratti somatici sono inconfondibili, ma Alberto ha sviluppato la
sindrome in forma più leggera.
Le caratteristiche sono sublussazione del gomito, per cui tengono le
manine storte, statura
bassa, problemi di cuore, lieve ritardo mentale, alcuni casi hanno
sviluppato tumori all'intestino o allo stomaco.
Avete dovuto girare molto per avere risposte sicure?
Stefano: Assolutamente no. Tutti criticano la sanità
italiana, ma noi dobbiamo solo ringraziare, dall'Ospedale Valduce di Como,
alla Mangiagalli di Milano, alla Nostra Famiglia di Bosisio Parini.
Abbiamo avuto la fortuna di incontrare sempre le persone giuste.
E anche dal punto di vista economico, non abbiamo dovuto fare sacrifici.
Tranne i ticket normali, tutto da sanità pubblica.
Loretta: conta molto la zona in cui abiti. Fortunatamente
noi siamo vicini a Bosisio, per cui portare Alberto a La Nostra Famiglia
non mi costa nulla.
Ci sono genitori che vengono qui da lontano perché dove abitano loro non
c'è nulla e sfruttano le loro ferie per venire a Bosisio.
Alberto ha fatto recuperi impressionanti. E' andato all'asilo a tre anni
che aveva appena cominciato a camminare. Parlava male. E'stato seguito da
subito da La Nostra Famiglia e da allora il recupero è stato enorme. Ha
imparato a leggere, corre, gioca...è come tutti i bambini.
Le vostre reazioni sono state diverse?
Loretta: no, eravamo già pronti, i dottori ci avevano già
preparato.
Quando è nato Alberto e abbiamo saputo quel che aveva l'impatto c'è stato,
ma ci siamo ripresi in fretta.
Stefano: quando è nato, Alberto era in condizioni
critiche, era sempre sotto controllo, aveva problemi cardiaci, aveva le
pareti del cuore molto spesse che tendevano ad ispessirsi sempre di più.
Aveva una cardiomiopatia decisamente grave.
Il mio primo pensiero era per la sua salute fisica. Ora la situazione è
sotto controllo.
Come avete metabolizzato questo evento?
Loretta: Sono cose che succedono, affrontiamo la cosa
come viene. Problemi ne abbiamo tantissimi, ma chi non ne ha? Ci sono
comunque bambini "normali" con problemi più grandi di quelli di Alberto.
Come sono i rapporti tra i due fratelli?
Loretta: direi normali, litigano e giocano come tutti i
fratelli.
Alessandro ha insegnato ad Alberto tantissime cose, ha molta pazienza.
E' un bambino molto paziente, anche le maestre ce lo dicono, è un
compagnone, forse un po'
timido, ma ha un bel carattere.
Cosa vi ha aiutato maggiormente?
Loretta: senz'altro l'unione della coppia, tante cose non
ce le siamo neanche mai dette apertamente, abbiamo agito in modo naturale
e spontaneo.
Sicuramente i primi tempi sono stati duri, la situazione era critica, a un
anno Alberto è tornato in incubatrice.
Da allora affrontiamo la situazione man mano. Alberto è molto sveglio, è
simpatico, ha senso dell'orientamento, uno sbocco lo troverà senz'altro.
Le persone intorno a voi vi hanno aiutato?
Loretta: Sì, moltissimo, dall'asilo alle altre famiglie:
il nostro è un paese piccolo, Alberto è allegro e socievole, per cui gli è
stato facile farsi benvolere, conosce mezzo paese.
Una caratteristica di questa sindrome è la simpatia, anche gli altri
genitori me l'hanno confermato
Stefano: La nostra è un'esperienza tra tante, ma è stata
decisamente positiva.
E' vero che ci siamo dati tanto da fare. Molte persone si aspettano sempre
che arrivi tutto dagli altri, ma uno deve anche muoversi un po', noi
abbiamo stimolato anche i dottori, portavamo loro la documentazione che
trovavamo in internet.
All'inizio è stata dura, dovevamo alimentarlo con i sondini: inserivamo
dal naso una cannula che arrivava nello stomaco e gli davamo il latte con
una siringa: questo cinque o sei volte al giorno.
I medici ci hanno spiegato come fare, ma ovviamente non potevano seguirci
365 giorni all'anno.
Consigli ad altri genitori?
Loretta: Non chiudersi nel proprio guscio, vale la pena
chiedere aiuto alle altre famiglie nella stessa situazione perché ne vale
la pena, dai figli si ricevono delle soddisfazioni che ti ripagano a
mille. Il problema c'è e allora devi avere la consapevolezza che in parte
lo devi risolvere tu, non puoi aspettarti tutto dagli altri ed essere
passivo.
I risultati non ci sono da un giorno all'altro, bisogna avere pazienza e
continuare il lavoro a casa: non basta quell'ora di logoterapia per
risolvere tutto.
Anche con Alessandro però ho sempre fatto così, per me l'educazione è
importantissima: ho stimolato la sua passione per il disegno, l'ho portato
ai musei.
Stefano: Non disperarsi, bisogna rompere le scatole,
perché quello che si riceve è impagabile.
Il punto è questo: avere consapevolezza che gli aiuti se si cercano si
trovano, basta solo stimolarli
Loretta: è un discorso generale: davanti a scuola le
mamme si lamentano "le maestre non fanno più questo, non fanno più
quello".
Non puoi delegare tutto alla scuola. I figli li fai tu, quindi sei tu che
devi darti da fare.
Stefano: Chiaro che costa fatica seguire i propri figli.
Se arrivi a casa e li piazzi davanti alla tele o alla play station sei a
posto per due o tre ore. Se invece li fai giocare magari ti stanchi di
più, però la qualità è migliore.
Loretta: vedo nonni che stanno i mesi al mare con i
nipotini. Noi, quando andiamo, lo facciamo con i nostri figli. E sono i
momenti più belli per tutti.
Stefano e Loretta sono seguiti dal Servizio di Psicologia della
Famiglia dell'IRCCS Eugenio Medea con un programma strutturato
d'intervento centrato sulla relazione di coppia.
La sindrome di Costello è una malattia multistemica estremamente rara,
ad etiologia attualmente sconosciuta, i cui elementi caratteristici sono
rappresentati dal ritardo dell'accrescimento, ritardo mentale di grado
moderato, facies tipica, cute ridondante a livello di collo, mani e piedi,
capelli grossolani, macrocefalia moderata, papillomi periorali e
prenasali, alterazioni scheletriche ed iperlassità articolare.
In alcuni dei casi di sindrome di Costello riportati in letteratura è
stato descritto un coinvolgimento cardiaco, sotto forma di cardiomiopatia
ipertrofica, talora ostruttiva, difetti settali (interventricolare o
interatriale), stenosi polmonare, displasie valvolari, turbe del ritmo o
soffio cardiaco isolato.
Cosa è previsto nel Piano Sanitario Nazionale per la
sorveglianza delle malattie rare?
Il Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 ha per la prima
volta individuato tra i suoi obiettivi prioritari la sorveglianza
nazionale delle malattie rare.
In particolare il Piano Sanitario si propone di approfondire le iniziative
volte a garantire:
- la diagnosi appropriata e tempestiva
- il riferimento a centri specialistici per il trattamento
- la promozione di attività di prevenzione
- il sostegno alla ricerca scientifica, soprattutto riguardo allo sviluppo
di nuove terapie
Quali sono i soggetti che operano all'interno di questo piano?
L'Istituto Superiore di Sanità è impegnato in un ampio Progetto
Nazionale sulle Malattie Rare che coinvolge il Ministero della
Sanità, numerose competenze specialistiche esistenti sul territorio
nazionale (strutture del Servizio Sanitario Nazionale, Enti di Ricerca,
Centri operanti nel settore,
IRCCS, tra i quali l'Istituto Scientifico "E. Medea"), la Commissione
Unica del Farmaco, la European Agency for Evaluation of medicinal products
EMEA e i Centers for Disease Control and Prevention (Atlanta USA).
Una grande importanza viene data allo sviluppo di collaborazioni attive
con il mondo dell'associazionismo e del volontariato.
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