Rassegna Stampa
Li chiamiamo disabili, ma sono campioni di coraggio «Ho incontrato gente straordinaria, capace di reagire e di inventarsi una vita felice», dice il giornalista. «Simona guida senza braccia, Paolo opera in carrozzella…»
LA "LIBELLULA" E I "LADRI DI CARROZZELLE" Roma. Al gran completo, il gruppo «rock e pop» dei «Ladri di Carrozzelle», un'orchestra di disabili che suonano e cantano al «La Palma», tempio del jazz della capitale. A sinistra, Simona Atzori, la danzatrice senza braccia che Candido Cannavo nel suo libro chiama «La libellula»: questa immagine è la stessa che appare anche sulla copertina del libro. Nata priva di braccia, Simona balla e dipinge. Laureata in Canada, parla tre lingue e ha un bel fidanzato che guida l'elicottero. Milano, ottobre. sono andato con mia moglie a vederla ballare. Simona ha un'espressività, un erotismo foltissimi. Solo dopo ti accorgi che le mancano le braccia. Prima, d'istinto, capti altre cose: la grazia, l'eleganza,la leggerezza del volteggio». Simona Atzori è «la libellula»,una delle straordinarie persone che Candido Cannavo, scrittore e direttore storico della Gazzetta dello Sport, ha incontrato nel suo viaggio nel mondo dell'handicap. Un viaggio lungo nove mesi, che il giornalista racconta nel suo ultimo libro, E li chiamano disabili, Rizzoli editore,in edicola dal 19 ottobre. Un'opera di storie e suggestioni che partono da lontano, precisamente da un episodio legato al precedente libro di Cannavo, Libertà dietro le sbarre, sui carcerati di San Vittore. «Ero a Catania per presentarlo», ricorda, «e stavo raccontando di questa umanità carceraria che tanto mi aveva colpito, quando uomo di mezza età si è accostato al microfono. Era cieco. "I miei occhi non funzionano", mi dice, "ma io ti conosco meglio di chi ti vede". E aggiunge: "Perché non fai un viaggio nel nostro mondo, nel mondo dei disabili?". Poi ha promesso che avrebbe fatto stampare Libertà dietro le sbarre in braille, così che i non vedenti potessero leggerlo. Me ne ha mandato una copia, con una bella dedica». E dunque il libro di Cannavo parte proprio dalla storia di questo personaggio, Giuseppe Castronovo, avvocato. Uno che ha perso la vista da ragazzo, a 9 anni, nel giugno del '44. «Era in campagna con un amico», scrive l'autore. «Cos'è quell'oggetto luminoso? Sembra una penna, una bella penna. La prendono e la penna esplode: era un'antesignana delle barbare mine-an-tiuomo, lo schifo più turpe nello schifo della guerra». Così Giuseppe piomba nel buio. Il suo amichetto ci rimette una mano e dal trauma non si riprende più. Lui invece reagisce, «e si costruisce con tenacia una vita da cieco che non si rassegna alla menomazione: laurea, moglie, figli, impegno professionale e sociale». Ti emozionano, le storie raccontate da Candido Cannavo. Ti lasciano il senso di un'ammirazione profonda. Perché sono storie di coraggio, di campioni, di gente che non molla. A Simona, «la libellula», il direttore ha voluto dedicare la copertina del libro: «Guarda com'è bella, mentre danza», mi dice. «Lei è nata così, le sue braccia sono rimaste in cielo, ma non ha fatto tragedie. È andata incontro alla vita con amore e coraggio, grazie anche a due genitori stupendi. Oggi balla, dipinge, parla tre lingue, ha una laurea presa in Canada e un bel fidanzato aviatore. Al posto delle mani usa i piedi: per mangiare, disegnare, spostare oggetti e anche per guidare: da poco ha preso la patente. Mi ha detto: "Penso che talvolta i veri limiti esistano in chi ci guarda". E in questo mio viaggio ho capito che spesso è così. Verso i disabili abbiamo un atteggiamento pietistico. Ma guai a chiamarli poveretti. Non lo accettano. A noi chiedono non di compatirli, ma di occuparci dei loro problemi. Il principale: metterli nella condizione di esprimersi, di fare, lavorare, vivere. Dare loro fiducia». Cannavo confessa una sua sorta di goffaggine, all'inizio, nell'avvicinarsi a questo mondo. «Davanti all'handicap capita di sfoggiare una disinvoltura che non hai. Provi a far finta di niente. Poi impari, senti che queste persone sono uguali a noi. Pensano come noi. Sognano come noi». Persone stupende, quelle raccontate da Cannavo, con una grande forza dentro. C'è il medico, Paolo Anibaldi, un ragazzone paraplegico, inchiodato alla sedia a rotelle, che fa il chirurgo a Rieti. «Fino a otto anni fa operava stando seduto», spiega il direttore. «Poteva fare solo piccoli interventi a livello ambulatoriale. Poi il figlio di una sua paziente, artigiano di talento, ha inventato per lui un trabiccolo che gli permette di operare stando in piedi. E finalmente oggi è un chirurgo vero». Ce quella che Cannavo chiama «Rita Hayworth», e cioè Ileana Argentin, consigliere comunale di Roma. È una signora di 42 anni, affetta da una grave forma di disabilità. A lei il sindaco Veltroni ha affidato la delega per tutti i problemi economici, sociali e medici legati al mondo dell'handicap. «Dentro a quel suo volto di attrice, incorniciato da lunghi capelli color rame, e sospeso sopra un corpo che non c'è, si è sviluppato un grande cervello», dice Cannavo. «Disabile fin da bambina, Ileana ha due lauree, un lavoro di grande responsabilità, visto che gestisce i 3.500 disabili della capitale, e vive con un uomo che è innamorato pazzo di lei. Ileana sa che la sua è una malattia degenerativa, ma non si arrende. "Ogni giorno è una conquista", mi ha detto. "Sole, pioggia, vento, buone e cattive notizie: l'importante è esserci"». Altro esempio di coraggio, la vita tutta in salita di Franco Bomprezzi, giornalista e caporedattore dell'agenzia Agr, inchiodato da sempre su una sedia a rotelle. «Sono così dalla nascita, non ho mai camminato», ha confessato a Cannavo. «Ma ci si abitua a tutto. Ho vissuto un grande amore, ora purtroppo scomparso. E il piacere di scrivere mi ha aiutato». Ecco, questo libro, che Cannavo ha dedicato ad Ambrogio Fogar, scomparso di recente dopo anni di coraggiosa sopravvivenza, ci regala tanti racconti così, di coraggio e tenacia. Ed è di per sé, come scrive Walter Veltroni nella prefazione, «una storia nobile. Il conformismo della normalità, nei ritratti di Cannavo, si frantuma contro situazioni governate dall'orgoglio t dalla magia del vivere». «È un viaggio che mi ha emozionato», confessa il direttore. «Ne sono uscito più ricco. Gli nomini e le donne che ho incontrato, li porto tutti nel cuore. Continueremo a cercarci, a scriverci e-mail. Incontrandoli, ho fatto del bene soprattutto a me stesso. E naturalmente ho imparato a vedere la vita in un'altra dimensione. Ma di che mi amento, io che ho tutto? Certe emozioni di vita ti danno forza. Ma soprattutto, dopo un viaggio così, ti resta il piacere di avere conosciuto tante splendide persone. E di essere diventato loro amico». Anna Checchi
|
||||||||
|
Ultimo aggiornamento: mercoledì 25 gennaio 2006 |