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Rassegna stampa
Giovedì
3 Marzo 2005
RICONOSCIMENTO
Salvò
gli ebrei, ora è tra i Giusti
Per strapparli ai nazisti
Giovanni Borromeo s’inventò il “morbo di K”
La scena si svolge fra il 1943 e 1944:
nella cartella clinica dei pazienti che ricovera al Fatebenefratelli un
generoso medico romano fa scrivere “morbo di K”. Per i tedeschi,
spaventati dalla tubercolosi, la kappa sta per Koch: accettano quei
ricoveri come una necessaria forma di tutela della salute pubblica. In
realtà kappa significa Kesserling, il capo delle truppe tedesche a Roma.
Fu con quello stratagemma che un colto e generoso medico romano, con la
collaborazione del priore dell’Ospedale, frate Maurizio, salvò dalle
persecuzioni molti ebrei. Si chiamava Giovanni Borromeo e per lui non
c’era un posto come primario negli ospedali pubblici di Roma, perché in
tasca non aveva la tessera del partito fascista. Il Fatebenefratelli era
invece una casa di cura privata e lì fu un ottimo medico. Ma soprattutto
non rimase indifferente.
Oltre sessant’anni dopo, ieri mattina, i figli del dottor Borromeo sono
entrati nella sala Assunta dell’ospedale San Giovanni Calibra-Isola
Tiberina, per ricevere un’onorificenza in ricordo del padre. A consegnare
la medaglia alla memoria “Giusto fra le nazioni” è stato l’ambasciatore
d’Israele, Ehud Gol. Hanno partecipato alla cerimonia anche il vicesindaco
di Roma, Maria Pia Garavaglia, fra Pascual Piles (superiore generale del
Fatebenefratelli), monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia
università lateranense, Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità
ebraica di Roma, Francesco Lacomarre, consigliere dell’Ordine dei medici
di Roma. In rappresentanza della Comunità ebraica anche il presidente
Leone Paserman.
Ha detto Riccardo Di Segni: «Gli anni della Shoa non sono stati solo anni
di orrore, ma anche anni in cui sono state mostrate le parti migliori e
positive degli essere umani, in cui l’uomo è stato messo alla prova. Il
riconoscimento ai famigliari del medico Borromeo è un segno di stima
dovuto. La memoria deve essere un messaggio di educazione non solo per i
giovani ma per tutti gli uomini». Il significato di cerimonie come quella
in cui si è ricordato l’eroismo di Borromeo lo ha spiegato il
vicepresidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici: «E’ necessario
costruire un futuro in cui non ci sia più l’indifferenza».
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